Siete sul blog dell'Osteria Il Corvo Torvo di Lanciano (CH). Parliamo di Gastronomia, Buon Bere, Arte, Territorio. Mettetevi comodi, siete i benvenuti!
Ogni pretesto è giusto e sacrosanto
per ospitare i Dago Red fra le solide e pietrose mura del Corvo.
Stavolta l'occasione buona ce l'ha apparecchiata su un piatto
d'argento PerCorso Roma, che il prossimo venerdì riempirà i locali
aderenti di Blues&Food con 7 eventi live di musica che spazia dal
blues al jazzpassando per tutte le felici e disparate contaminazioni
del caso. Bello, no?
I Dago Red suoneranno all'Osteria il 20 novembre, a partire dalle 21.30, e
torneranno a condividere il loro repertorio di folk e blues nutrito
di brani storici del genere, insieme a pezzi originali tratti dai 3
album all'attivo – che potete ascoltarvi anche online direttamente
da qui.
Di loro abbiamo già detto e scritto, ci piacciono un sacco e li
aspettiamo ad ali spalancate, perché sanno di buono, di familiare,
di caldo e corroborante, come il vino rossotracannato dai disgraziati dagoes
italici immigrati che cercavano fortuna – o perlomeno sopravvivenza
- nel Nord-America dei primi decenni del secolo scorso; come quel
conforto alcolemico un po' cerimoniale e un altro po' scavezzacollo che si portano nel nome, e che riecheggia negli
aromi e nei colori nell'orizzonte domestico, modesto eppure classico,
nella sua essenzialità venata di dissacrante ironia 100% bluesy, dell'omonima
raccolta di racconti – Dago Red, per l'appunto – del corregionale
John Fante.
Vi consigliamo di prenotare per tempo, perché quando ci sono i
Dago Red nei paraggi i tavoli vanno via come il pane – non stiamo esagerando. Quindi
chiamateci allo 0872 716303, e poi keep on bluesin' e keep on cra-cra-cra!
In questa piovosa seconda decade di ottobre inauguriamo Orgoglio Torvo, rubrica dedicata a
quanto di bello, in senso artistico, abbia prodotto il genere umano
ispirandosi a un animaletto a caso, a noi particolarmente caro: il corvo. Oggi ci dedichiamo alla musica e, nello
specifico, alle canzoni in cui sono presenti corvi.
Il corvo non è un usignolo melodioso e
nemmanco un vezzoso canarino. I corvi sono uccellacci con la
raucedine, zompettano mezzi sghembi come vecchi che scaracchiano in
terra; mentre volano cacciano fuori versi sgraziati che fanno
spaventare i bambini. Ma in tutto questo non c'è che Natura, i corvi
sono così e vanno bene esattamente così come sono; il loro aspetto
cupo e inquietante è tanto malconcio ai nostri occhi per prassi e
voluttà – sempre nostre – nel senso che tutto il marcio e il
minaccioso che gli si associano sono frutto di castelli mentali
dettati da umane convenzioni che nulla hanno a che spartire con le
qualità intrinseche delle bestie.
Se a questo mondo non ci fosse
qualcosa o qualcuno da demonizzare, cui dedicare appassionate
sassaiole e su cui puntare il dito scuotendo la testa, tutto sarebbe
uniforme, omogeneo, piatto, senza sagome da distinguere e da cui
distinguersi all'orizzonte. Tutto sarebbe uguale a se stesso, esente
da giudizio; nessuno avrebbe in mano i numeri per ergersi a bravo,
bello e buono della banda. E così ci fanno da sempre un gran comodo
il babau, la pecora nera e il pennuto corvino di turno; ci servono a
definirci al negativo come qualcosa di luminoso, lindo e profumato,
fungono da cassonetto indifferenziato delle brutture e delle paure
che ci stringono il cuore.
Il Corvo Torvo al mito del καλὸς καὶἀγαθόςgli ha sfilato via il mantello e la calzamaglia da
Superman da un bel po' – diciamo dal momento stesso in cui ha visto
i natali nel lontano (?) 2004; e infatti non ha scelto di chiamarsi
tipo La candida colomba o La passera immacolata. Alle cose troppo
calcolate e/o perfettine Il Corvo preferisce quelle spontanee e un po' sfasciate da eroico furore
à la Giordano Bruno – che pure lui, non per niente, mica si
chiamava Giordano Pallido, e in uno dei suoi viaggioni in versi
accostò le penne nere del corvo al lucore di Apollo, dio del Sole e
delle Arti.
Insomma per chiudere il pilotto: il corvo è percepito
culturalmente come una bestia spiacevole e disturbante, ma c'è chi
ha superato la soglia della consuetudine e si è lasciato ispirare
creativamente dal suo fascino apparentemente sinistro. In
particolare, il mondo della popular music è pieno zeppo di canzoni
in cui compaiono corvi e cornacchie varie, a volte come semplici
evocazioni di immagini o stati d'animo scenografici, altre volte in
qualità di prima donna di cui si tenta di indossare le piume. Il
Corvo, fiero della propria torva identità, ve ne propone una raccolta selezionata fra la
miriade di brani in circolazione.
La prima canzone è tanto scontata
quanto imprescindibile. Dà il nome alla vostra osteria lancianese
preferita e l'ha pubblicata VINICIO CAPOSSELA nel 1996 ne Il ballo di
San Vito.
Il Corvo Torvo è un pennuto solitario; incrocia il suo destino al lume di
candela con quello dell'io narrativo fra un buon disco di jazz che la
sa lunghissima e uno sciame di donzelle che sventolano fiorellini
profumati sotto il becco, scaturendo nulla più di un fremito che
lascia il tempo che trova insieme alla pena per l'unica lei che dice
di no.
Nel 2005 lo strafico DEVENDRA BANHART
ha intitolato un intero album a un corvo – per di più storpio. La
title trackCripple Crow è un brano che strappa il cuore, è il
ricordo lucido e commovente della distruzione causata dall'arrivo
degli Europei fra gli indigeni americani, che accolsero i nuovi
venuti in pace, a braccia aperte.
Il povero corvo della canzone, già
abbastanza malridotto di suo, è chiamato dall'aldilà a pronunciare
un piccolo commiato pietoso sui resti dei morti innocenti.
Hejira è un disco del 1976 ed è stato
composto da JONI MITCHELL interamente on the road. La signora
canadese del folk in quegli anni apriva il proprio percorso musicale
al jazz, tant'è che al basso elettrico compare Jaco Pastorius. Anche soltanto per questo Black Crow è un brano mozzafiato.
Al corvo nero del
titolo la cantautrice paragona il suo volo, il suo viaggiare
vagabondo e invincibile che spesso diventa planare al basso, nel buio
con l'anima in esilio forzato dall'istinto ridotta a brandelli, alla
ricerca dei piccoli bagliori inaspettati per cui vale la pena il
rischio del pantano e del pericolo.
Il blues è uno dei pallini più tondi
del Corvo Torvo. In attesa del ritorno auspicatissimo di Puzza Fa' Lu Blues, è doveroso quanto confortevole rispolverare un vecchio pezzo
del 1966 di SKIP JAMES, il cui falsetto e morbido timbro decantano in
prima persona la finaccia imposta a una ragazza, colpevole – a dire
della prima persona di cui sopra – di un atteggiamento un po'
troppo spavaldo.
Crow Jane – e qui il corvo è il nomignolo della
poverina – si becca una pallottola (forse anche più di una) e
finisce prematuramente sottoterra.
Crow Jane Alley strizza probabilmente
l'occhio a Skip James, e WILLY DEVILLE ha mantenuto con la matrice
blues delle origini un rapporto costante durante il corso di tutta la
sua eclettica carriera musicale. L'ambientazione di questo brano è
uno squallido motel del South-West, di quelli che si vedono nei film
americani, con l'insegna al neon mezza scassata e brutti ceffi
panzuti col cappello da cowboy e i baffi arrotolati.
Il corvo qua si
nasconde nel nome del buio corridoio antistante il motel; Willy
vorrebbe uscire dalla sua stanza per scendere a comprarsi un boccone,
ma dovrebbe attraversare questo benedetto Crow Jane Alley che gli
mette una fifa pazzesca, così rinuncia.
Black Crow Blues è stata scritta da BOB DYLAN nel periodo delle prime esperienze lisergiche e del
vagabondaggio per l'Europa con Nico. Era il 1964, e il blues del
corvo nero che ne uscì fuori è stata la prima canzone di sempre in
cui Dylan suonava il pianoforte.
I corvetti della canzone se ne
stanno appisolati su un prato ai bordi di una strada; a pochi passi,
il povero Bob rimpiange un amore che l'ha mollato. Insomma, non si
tratta del classico brano d'impegno che ci si aspetterebbe.
Raw è una ninnananna country-folk
ipnotica giocata con mellotron, piano, violoncello e il sussurrare
penetrante, scarno e profondo di Howe Gelb, un signore che trabocca
fascino da ogni poro epidermico. L'intero album dei GIANT SAND da cui è tratta la
canzone – Chore of Entchantment, 2010 – è una collezione di
pezzi visionari, tanto nei testi quanto negli arrangiamenti, che
trasportano seduta stante in un qualche deserto ideale al crepuscolo,
a rimuginare davanti a un falò e una scatoletta di fagioli
messicani.
Così, in Raw il senso di solitudine di un uomo in mezzo
al nulla si accompagna a un corvo triste e desolato, che si fa cedere
il posto dagli uccellini spensierati e querruli del mattino.
Il corvo degli SHELLAC è parecchio più
antipatico e martellante di tutti quelli che abbiamo ascoltato fino
ad adesso. Il 1994 la band di Steve Albini usciva con un disco di
post-hardcore ossessivo, strillatissimo e violentissimo, una botta di
paranoia e chiodi sotto i piedi che si chiamava At Action Park.
All'Osteria non è propriamente il caso di mettere in sottofondo roba mentre cenate, ma qua sul blog ci sta tutto, Crow è un
pezzo che, come dicono a Lugano, spacca de brutto.
JAMIROQUAIè un balsamo per le
orecchie. Il suo corvo neroacid jazz è un osservatore silenzioso
dei guai orrendi che gli umani procurano con le proprie zampacce a se
stessi, ai propri cuccioli, alla Terra tutta.
Jason Kay lo bombarda
di domande sulla sua rotta e sui suoi pensieri al tramonto, ma lui
non risponde. Giustamente ha già le sue rogne da grattarsi... Black
Crow è estrapolata da A Funk Odysseydel 2001.
Anche PAOLO NUTINI ci ha messo di mezzo
un corvo. Cherry Blossom è un pezzo malinconico e psichedelico, in
cui il nostro amico pennuto è assimilato al lato più oscuro, intimo
e incatalogabile dell'animo umano. Deve essere brutta la vita per i
cantanti bellocci, perché uno si aspetta roba da boy band. Chissà
quante copertine avrà dedicato Cioè al visetto pulito di Paolo...
Che invece ha anche una gran voce soul da uomo vissuto, e insomma non
è tutto boccioli e ciliegie. Trovate Cherry Blossom in Caustic Love,
album del 2014.
Per ora vi lasciamo qui, ma altre
canzoni corvine arriveranno, perché ce ne sono ancora molte e perché Il Corvo è inaspettatamente vanitoso e adora certi omaggi – nel
bene e nel male. Potete ascoltare la playlist completacon le canzoni
che abbiamo selezionato fin qui direttamente su YouTube, a questo link.
Lo accettate un umile cra-cra dopo tanta bellezza?
Chi bighellona abitualmente per
Lanciano sa bene che lungo Corso Roma si affacciano, in particolare,
due tipologie di elementi urbanistici. Prima di tutto, le chiese
storiche: c'è quella di San Francesco che nei mesi caldi richiama
querrule e variopinte carovane pellegrine in visita al Miracolo
Eucaristico; più su Santa Lucia col suo bel rosone gotico, che a
metà dicembre festeggia spesso la notte più lunga dell'anno a suon
di consigliatissime corali; e poi la chiesa di Santa Chiara, con annessa arciconfraternitagothic darkettona che ci dà giù sotto
Pasqua, giusto a mezzo tiro di schioppo dal Corvo.
Porzione del venerabile Cromaticoro (Ph.: M. Lorenzet)
L'altra tipologia di elementi
urbanistici di cui sopra ci riguarda più da vicino, ed è quella
beona e profana costituita dalle numerose attività a sfondo
pappatorio dislocate per la via e immediati dintorni, che fanno di Corso Roma la strada
dei ristoranti di Lanciano. Ce n'è un po' in tutte le salse, e
sembra quasi che, dalla rotonda di viale Cappuccini fin sotto a piazza
Plebiscito, sia tutto un fantastico capitombolo direzione sollazzamento
panze.
In questi giorni di fine estate, per voi oltranzisti del frontegolosista di Corso Roma arriva una bella novità – che in effetti
era nell'aria da più di un anno, e che giunge a completa gestazione
dopo svariati travagli amministrativi e non. Questa novità si chiama
PerCorso Roma ed è un'associazione costituita da 9 fra le piccole e
medie attività di ristorazione che animano la connotazione
conviviale della via. Puntata numero 0 di questa avventura appena
nata è una ricca tre-serate benedetta e patrocinata dalle Feste di Settembre – dal 14 al 16 settembre – che
riempirà il nostro amato corso non soltanto disquisitezze enogastronomiche, ma anche di intrattenimento e arte, conmusica, arti visive, performance di artisti di strada, fotografia, nonché
di un colorato mercatino dell'artigianato. Il tutto è stato messo su con impegno e dedizione con la preziosa collaborazione delFotoClub L'Obiettivo di Atessa e dell'associazione Amici del Mosaico Artistico di Tornareccio. Quest'ultima, in particolare, sarà presente con materiali informativi sulle attività della scuola di mosaico e con opere realizzate dagli allievi durante i laboratori.
In fondo all'articolo potete spulciarvi per bene l'intero programma dell'iniziativa dell'associazione PerCorso Roma, per la costituzione della quale si sono rimboccati le
maniche – oltre, ovviamente, all'Osteria Il Corvo Torvo – Ai Vecchi Sapori, Capitan Blood, Il Chiostro, La Corona di Ferro, La Taverna del Mastrogiurato, Osteria 101 ed Enoteca Santa Lucia. Durante le tre serateverranno propostispeciali menu degustazione.Corso Roma,ça va sans dire, sarà chiusa al traffico, per cui ci saranno anche posti all'aperto, e insomma si potrà cenare nel mezzo della festa.
Mousse al Montepulciano(Ph.: A. Di Carlo)
Qui aIl Corvo Torvo siamo belli rossi e
sanguigni, quindi ci buttiamo sul Montepulciano d'AbruzzoDOC dal
primo fino al dolce con i gloriosi Strozzapreti con salsiccia,
cannella e Montepulciano, l'epico Brasato di maiale al Montepulciano
e la leggendariaMousse al Montepulciano (€ 25,00un quarto di AnxanumEredi Legonziano Montepulciano incluso).
Fra gli
appuntamenti musicali di questa primissima manifestazione di
PerCorso Roma sono questi non possiamo segnalarvene due in particolare, ovveroEmilio Stella(chi ci frequenta, sa!) in concerto a Largo Carabba il 15 settembre e ildivinCromaticoro, che essendo una freca di gente può permettersi il dono dell'ubiquità eil 16 settembrepercorrerà la via in lungo e in largo a mo' di carovana itinerante.
Noi ve li consigliamo non
soltanto perché parte in causa dell'associazione PerCorso Romae
delle attività connesse, ma anche perché coinvolgono amici di
vecchia data del Corvo – e insomma ci piacciono proprio di cuore da
sempre, e siamo sinceramente felici che abbiano accettato di sostenere questo
progetto. Che è sì mangia-bevi-spasso, ma sottindende anche,
idealmente, la riqualificazione e la valorizzazione collettive di questo spazio
urbano – in larga parte inteso
quasi esclusivamente come territorio destinato al turismo religioso e
strada di percorrenza veloce e distratta da parte dei Lancianesi –
in senso socio-culturale e ludico.
Perché poi, diciamocelo pure: la
sera, l'estate soprattutto, fa un po' tristezza camminare per la via
deserta fra i cru-cru dei piccioni che sonnecchiano sulle persiane.
Quindi, oh corvi!, vi chiamiamo a raccolta e vi includiamo
attivamente in questa impresa: scendete in strada con noi,
riappropriamoci insieme di Corso Roma,svegliamo palombelle, capinere,
passerotti e facciamo festa...
Cra e sempre cra!
***
PERCORSO ROMA - FESTE DI SETTEMBRE 2015
EVENTI IN PROGRAMMA
14 settembre
Musica
Andrea Castelfranato in concerto (chitarra acustica) - Larghetto San Massimiliano M. Kolbe (Larghetto Santa Lucia)
Redblack in concerto (trio acustico femminile, pop rock) - Largo dei Tribunali
Federico Sirianni è un caro amico del Corvo; abbiamo già avuto modo di ascoltarlo qui e apprezzarlo in diverse occasioni anche coi suoi brani originali. Per l'appuntamento che chiude questa prima edizione - e magari non ultima...? - di Puzza Fa' Lu Blues ci torna a trovare per un omaggio a Tom Waits, una delle grandi passioni di Silvano. Col cantautore genovese ci sarà il supporto strumentale di Stefano Barbati.
Non possiamo che consigliarvi caldamente di esserci, come sempre l'ingresso è libero e il live avrà inizio verso le 22.00 abbondanti. Chi volesse raggiungerci per la cena, che precede il concerto, può prenotare al numero 0872 71630 o via Facebook.
Per ora eccovi le tre canzoni di Waits "della vita" di Silvano. Buon ascolto e buona musica!
Chi
e che cosa si nasconde dietro l'apparentemente femminea denominazione
Mamasé Blues Band? Donne? Nonne? Gonne? Bluse?
Niente
di tutto questo, bensì il progetto blues che coinvolge quattro
musici già noti ai radar del Corvoe ai suoi attenti e buongustai
avventori, vale a dire Marco Pellegrini
(voce, armonica e chitarra), Stefano Di Matteo (chitarra),
Nicola Di Camillo (basso) e Fausto Troilo (drums). Quindi è facile che vi sembri di non sapere cos'è 'sta Mamasé Blues
Band, ma in realtà probabilmente la conoscete in pezzi di mosaico, o meglio potete avere quantomeno
cognizione di quello che è capace di fare – e comprendete bene che il
prossimo appuntamento di Puzza Fa' Lu Blues vi/ci aspetta un seratone.
Venerdì 10 aprile facciamo un viaggione con la Mamasé Blues Band
che parte da Chicago e arriva idealmente – sonoramente – alle
coste della California, al blues elettrico e alle radici del rock
blues.
Già
che ci siamo torniamo brevemente alla saga Puzza Fa' Lu Blues e spendiamo due
parole sul blues di Chicago, che rappresenta la naturale evoluzione
del capitolo Delta blues cui abbiamo già accennato.
Ci
eravamo salutati alla fine degli anni '30 nei campi di cotone del Sud-Est
degli USA. Durante la Seconda Guerra Mondiale circa il 10% della
popolazione nera dell'agricolo Mississippi emigrò nei grandi centri
del Middlewest per trovare lavoro nell'industria bellica. Dal
contesto d'origine, gli afroamericani si portarono dietro il blues
del Delta avviluppandone le essenziali radici rurali con le nuove
istanze elettrificate dettate dall'ambiente urbano. Tale mescolanza
fu all'origine dello stile Chicago.
Questa sorta di conciliazione
ideale fra vecchio e nuovo si definì attraverso modelli ispiratori
che avevano espresso i caratteri più innovatori del blues del
Mississippi, e in particolare Robert Johnson. Johnson,
tormentatissimo bluesman risucchiato dalla passione per la musica,
era più anziano di due anni appena di quello che è considerato il
padre del blues di Chicago, e che è poi la prima fra le grandi
personalità legate a questo stile che di séguito rassegnamo alla
vostra mercé tipo panoramica sommaria tutt'altro che esaustiva su
quello che ascolteremo con la Mamasé.
Dicevamo,
il padre del blues di Chicago – chi sarà mai? Ovviamente: McKinley
Morganfield, universalmente noto come MUDDY WATERS (1913–1983).
Allevato dalla nonna in una capanna nella piantagione di Stovall e
cresciuto fra i banchi fangosi del Mississippi – e infatti mud
significa proprio fango – Muddy Waters e il suo destino a Chicago
sono legati a doppio filo alla storia di Robert Johnson.
Infatti nel 1941 l'etnomusicologo Alan Lomax decise di andare nel Sud
a caccia di diamanti grezzi del blues a distanza di qualche anno
dalla scoperta e dalle incisioni discografiche di Johnson, e fu così
che lo studioso fece registrare a Waters, in casa sua a Stovall, un
disco di brani che, riascoltati dal musicista dopo breve tempo, lo
convinsero a tentare fortuna come professionista a Chicago. Qui,
insieme a John Lee HookerMuddy Waters esportò lo stile del Delta conservandone la matrice
ritmica ed elettrificandone l'energia istintuale. Nel 1948Waters
pubblicò I Can't Be Satisfied, in cui la sua chitarra dialogava con
il contrabbasso di Ernest “Big” Crawford in poliritmi derivati
dalla tradizione del Delta. Rollin' Stone,singolo del 1950, ha invece ispirato il nome della rivista Rolling Stone e soprattutto quello dei Rolling Stones. (Mica poca cosa.)
LITTLE
WALTER (1930–1968) – al secolo Marion Walter Jacobs – era
originario della Louisiana.Fu
un virtuoso dell'armonica a bocca ed era talmente talentuoso che
riuscì a emancipare questo strumento dalla tradizionale posizione di
– per così dire – subordinazione rispetto alla chitarra con
l'amplificazione. Arrivò ad appena 12 anni a New Orleans, e poi a 16
a Chicago. Qui cominciò un'intensa e proficua collaborazione da
armonicista con Muddy Waters, ma incise anche brani propri cantando
ed entrando nella Top Ten per ben 14 volte dal 1952 al 1958. Una di
queste hits era My Babe, un eloquente esempio di come il blues e il
rock 'n' roll fossero ormai territori che si alimentavano l'uno
dell'altro e viceversa senza più confini ben definiti.
AARON
'T-BONE' WALKER (1910–1975), texano dal sangue afroamericano e
cherokee, è stato il precursore di tutti i grandi showmen armati di
chitarra elettrica del rock 'n' roll. È ricordato per le qualità di
intrattenitore acrobatico, era solito fare la spaccata continuando a
suonare la chitarra sulla testa, e i suoi brani sono dotati di
spiccata ballabilità. A Los Angeles si mise a mescolare blues, R&B
e jazz, e tirò fuori dal cappello l'electric blues, di cui è
considerato il vero pioniere.
Chester Arthur Burnett HOWLIN'
WOLF (1910–1976) fu una delle personalità di maggior carattere delblues di Chicago e il più audace concorrente di Muddy Waters. Sul
palco sapeva dare piena e libera espressione al suo carisma di
artista consapevole e orgoglioso di sé. Non disdegnò il successo
commerciale e curò sempre gli interessi finanziari connessi
all'attività professionale di cantante e armonicista. Smokestack
Lightning, costruita su un unico accordo, lanciò Howlin' Wolf nel
1956 come uomo di spettacolo. Dal padre del Delta blues del
Mississippi Charley Patton, che in gioventù gli aveva insegnato a
suonare la chitarra, Wolf aveva in qualche modo ereditato anche
l'arte non trascurabile di saper intrattenere a dovere il pubblico.
Poteva mai Silvano mettere su un
calendario dedicato al blues dalla testa ai piedi senza pensare ai
Dago Red? E infatti il 27 marzo per Puzza Fa' Lu Blues ci sono
proprio loro, al Corvo Torvo sono stati già diverse volte e sono di
casa.
Ormai sono passati quasi 20 anni da quando la band si è
formata a Guardiagrele (CH) per iniziativa di Nicola Palanza, Marco
Pellegrini e Giuseppe Mascitelli, e da allora hanno pubblicato tre
album - il più recente è il s/t del 2009 -di folk'n blues con canzoni originali incentrate sulla vita di
tutti i giorni e su piccoli grandi drammi quotidiani fatti di disoccupazione,
alcolismo, malattia mentale.
[Ph.: Matteo Lorenzet]
Dal 1998 in poi hanno preso parte a
numerosi festivalblues attraversando l'Europa, ampliando la
formazione originale fino ai sei elementi attuali (si sono aggiunti
Angelo Tracanna, Fausto Troilo e Paola Ceroli), suonando in giro in
acustica e inframmezando i propri inediti con classiciblues e folk. La formula del Corvo Torvo è quella che conoscete: cena con la
cucina di Silvano Piccirilli – quitrovate il menu alla carta, e se
decidete di venire a mangiare in gruppo potete dare anche uno sguardo
alle tre proposte di menu fisso a questo link – e poi concerto dei
Dago Red con ingresso libero per tutti, ricordandovi che la
prenotazione al tavolo è prevista per i soli leccheloni cenanti.
Il Corvo risponde allo 0872 716303
nonché su Facebook. Buon blues a tutti!
Il prossimo venerdì 13 uscite di casa
serenamente senza toccarvi le parti intime. Non vi proponiamo niente
di horrorifico, e anzi al Corvo succede una cosa bella: vengono a
trovarci The Swamp, band laziale composta da Samuel Stella (voce e
chitarra), Ruggero Giustiniani (percussioni) e Light Palone
(contrabbasso).
Con loro daremo il là – e tutte le altre note del
caso – al secondo appuntamento di Puzza Fa' Lu Blues,
dedicato a quello che abbiamo indicato in cartellone come swing /
blues.
Ora, in realtà è un gran casino mettersi lì e appiccicareetichette con nomi precisi in questi contesti. Tant'è vero che
quando si sente parlare di swing si pensa automaticamente anche al
jazz, e magari pure all'immaginario fitzgeraldiano e alla Harlem Renaissance con tutto il suo processo di emancipazione, affinamento e
diffusione della cultura popolare afroamericana
fra il pubblico bianco colto dell'East Coast e del Mid West.
Lo swing in sé per sé (to swing = "dondolarsi,
ciondolare") diventa genere di successo nella seconda metà degli anni
Trenta attraverso una combinazione ballabile di partiture da
orchestra e armonie blues. A tutto questo si unisce anche il gusto
peculiare per le variazioni sul tema tipiche dei primi esperimenti
jazz dell'area di New Orleans. Nel Mid West, soprattutto attorno a
Kansas City, i caratteri blues sono più marcati, mentre a New York
spopolano le big band di impronta jazzista in cui suonano insieme
musicisti bianchi e neri – vere e proprie orchestre da ballo con
voci soliste dal fraseggio blues che riscontrarono enorme successo
con brani di largo consumo.
Per farla breve e per non buttarla
troppo in chiacchiere, qui di séguito trovate un piccolo – e
inevitabilmente incompletissimo – quadretto sonoro e biografico con
i protagonisti delle origini dello swing. Ricordate di prenotare per
la serata di venerdì 13 marzo al Corvo Torvo con The Swamp!, prima del live si mangia e
si beve come sempre, e poi verso le 22:30 – 23:00 si ciondola
insieme bluesando fra una tazza e l'altra...
Lo swing è stato soltanto uno fra i
generi musicali sperimentati da DUKE ELLINGTON (1899–1974).
Pianista, compositore, bandleader e manager, è considerato una
figura determinante nella storia del jazz, sebbene lui stesso
preferisse definire quello cui si dedicò, per sessant'anni circa,
come musica americana. Figlio di un maggiordomo al servizio della
Casa Bianca, Duke Ellington ebbe un'infanzia agiata e cominciò a
dedicarsi professionalmente alla musica molto presto, divenendo
appena venticinquenne leader di un'orchestra che annoverava tra le
proprie file musicisti di primordine, e che sarebbe rimasta in piedi
– con alterne vicende – fino agli anni '70.
È
impossibile liquidare in una decina di righe vita e aneddoti musicali
di LOUIS ARMSTRONG (1901–1971): fin troppa carne sul fuoco e fin
troppo poderoso il suo operato di artista. Senza il suo contributo,
non solo la musica swing non sarebbe stata quello che è stato, ma
forme di canto largamente sfruttate dal jazz come lo scat non
avrebbero probabilmente incontrato tanta popolarità, così come
neanche il fraseggio vocale di Billie Holiday sarebbe stato
possibile. Satchmo è diventato leggenda per carisma, personalità di
musicista e impegno politico; fu grande sostenitore di Martin Luther
King, e persino l'FBI lo teneva sott'occhio. Ne passò di tutti i
colori prima di arrivare al successo, e per quanto la natia New
Orleans gli restò sempre nel cuore con affetto, l'infanzia in quella
città fu per lui un rincorrersi di esperienze estreme di violenza,
vita di strada e scatafasci familiari vari. Armstrong è stato
trombettista, cornettista e cantante ricordato in termini di non
comune generosità tanto professionalmente che nel privato.
Figlio di musicisti,WILLIAM ALLEN 'COUNT'- nel senso di "conte" - BASIE (1904–1984) è stato un
genio musicale talmente precoce da ritrovarsi a suonare e dirigere
spettacoli di varietà e musica blues appena ventenne. Nato nel New
Jersey, si spostò a cercare fortuna in Kansas, dove si fece strada
suonando in varie band musicali, per poi fondarne una tutta sua. La
Count Basie Orchestra fu operativa dal 1936 al 1950 ed è oggi
ricordata come una delle più celebri band di swing. Oltre a un
organico che variava dai 16 ai 18 elementi, poté contare su
collaborazioni prestigiose con artisti del calibro di Ella
Fitzgerald, Billie Holiday e Frank Sinatra. One o'Clock Jump, del
1937, è stato forse il successo più trascinante dell'Orchestra. È
un brano fondamentale per lo swing delle origini, poiché conserva la
struttura a dodici battute tipica del blues ed è sintomatica del
fatto che, fra la fine degli anni '30 e l'inizio dei '40, fosse
pressoché impossibile delimitare confini precisi fra ciò che era
blues e ciò che poteva essere definito tout court come jazz. Lo
swing diventò la terra di mezzo in cui andavano sperimentandosi
nuove imprescindibili e fruttuose contaminazioni.
BENNY GOODMAN (1909–1986) è stato
definito da alcuni coevi The King of Swing. Oggi, col senno di
poi, l'appellativo suona un tantino altisonante, soprattutto se si
pensa che Goodman visse e operò contemporanente a personalità come
Duke Ellington o Armstrong. Ciononostante, Goodman e la sua orchestra
jazz da ballo – cui persino la NBC riservò nel 1934 lo show
radiofonico del sabato sera, Let's Dance – giocarono un ruolo
fondamentale nello sdoganamento della musica della comunità nera fra
il pubblico bianco. Benny Goodman nacque a Chicago da una modesta
famiglia di origine russa che lo avviò agli studi musicali. Non è
ricordato tanto per le capacità tecniche di musicista – era un
discreto clarinettista - quanto perché la sua Big Band fu la prima
orchestra in assoluto a tenere un concerto di musica non classica al
Carnegie Hall di New York, nel 1938. Nel 1942 la cover di Why Don't
You Do Right? – blues di dodici battute composto l'anno precedente
dal bluesman del Delta del Mississippi Kansas Joe McCoy – ottenne
un enorme successo. Quasi cinquant'anni più tardi, Jessica Rabbit
sculettava e sballottava le tette in faccia a Bob Hoskins nella
memorabile versione cartoon del medesimo brano in Chi ha incastrato Roger Rabbit?
LOUIS PRIMA (1911–1978) fu jazzista
versatile e per così dire sempre sul pezzo e cavalcatore di mode. Si
dedicò allo swing negli anni Trenta del Novecento e fu sicuramente
influenzato – nell'uso dello scat e nel modo di suonare la tromba –
da Louis Armstrong, suo conterraneo. Prima era italoamericano, e in
molte delle sue canzoni si divertì a ostentare le sue origini con
inserti di testo in italiano. Sing, Sing, Sing è uno dei suoi swing
più di successo all'epoca; parecchi bambini ed ex bambini, inoltre,
riconosceranno nella voce di Louis Prima quella di Re Luigi – il re
delle scimmie nella versione Disney deIl libro della jungla.
BILLIE HOLIDAY (1915–1959) è la Lady
Day cui Lou Reed dedica l'omonima canzone contenuta in Berlin (1973),
uno dei suoi lavori più impegnativi, sofferti e difficili. I testi
del disco sono infestati da storie di tossicodipendenza, abusi,
separazioni e violenze, e la vita della Holiday è stata costellata
da episodi ai limiti della sopportazione umana fino alla morte
prematura per cirrosi epatica. Now They Call It Swing è una specie
di metariflessione leggera e vaporosa sulla genesi dello swing e
sulla sua ballabilità dal ritmo sincopato – insomma, una piccola
lezione pratica sul modo in cui il panorama musicale nordamericano
andava evolvendosi.
ELLA FITZGERALD (1917-1996) – detta
anche Lady Ella, The First Lady of Song e Mama Jazz – è fra le
voci jazz più energiche e famose di sempre, e collaborò durante la
sua lunga carriera con i maggiori musicisti, cantanti e orchestre
dell'epoca (compresi i già citati Louis Armstrong e Duke Ellington).
La Fitzgerald era dotata di enormi doti vocali, che le permisero di
dedicarsi a tantissimi generi musicali. Sperimentò lo swing sin
dagli esordi professionali cantando nell'orchestra del batterista
Chick Webb, che l'arruolò per la sua band in séguito di una sua
esibizione amatoriale all'Apollo Theatre di Harlem nel 1934. La vita
di Ella fu cesellata di importanti riconoscimenti artistici, mentre
nel privato fu flagellata da eventi familiari traumatici in gioventù
e dalla malattia in vecchiaia.
Il blues è una storia seria e
importante, Il Corvo Torvo se lo sente addosso e il solenne e ieraticissimo
Silvano gli ha voluto dedicare tutta la seconda ondata di
appuntamenti live di questa stagione che prende il via venerdì 27febbraio.
Il primo concerto di Puzza Fa' Lu Blues
è quello di The Bigballs Eggs & Cheese (le grandi
pallotte cac'e ove), trio composto da Janis J. Winter (voce),
Pierluigi Petricca (slide guitar) e Marco Pellegrini (harp &
guitar). E non a caso si inizia con loro, che si dedicano a uno
stile particolare di blues – lo stile delle origini, il Delta
Blues.Per delta si intende la foce del Mississippi, il
fiumone lunghissimo che attraversa gli USA dal Nord del Minnesota per
10 stati federati per riversarsi nelle acque del Golfo del Messico in
Louisiana dopo quasi 4000 km.
Nei territori del Sud, fra le colline
dello Stato del Mississippi, con tutta probabilità è nato il blues
alla fine del XIX secolo, in un contesto rurale di estrema povertà e
piantagioni di cotone su cui si spaccavano la schiena e riversavano
sudore gli schiavi afroamericani.
Blues è un termine che già dalla
prima metà del 1800, in quei luoghi, si riferisce alla noia, al
tedio. Sicuramente le popolazioni nere costrette a lunghe ore di
faticoso appiattimento nei campi non se la spassavano granché, e col
tempo blues passò a indicare tristezza e malinconia veri e propri.
C'è un'espressione ancora corrente che recita I've got the blues, e
il blue è il colore del magone più mesto.
Il Delta Blues ha rappresentato la
naturale e primigenia evoluzione dei lamenti di dolore che le vittime
degli schiavisti negrieri si scambiavano faticando fra le piante di
cotone. Il blues nasce dai canti di lavoro, caratterizzati da figure
ritmiche ripetute ossessivamente, strofi essenziali dai versi
generalmente non rimati che davano voce a profanissime lacerazioni
del vissuto quotidiano.
Con l'abolizione – sulla carta –
della schiavitù, il blues si emancipa dal contesto agricolo, e i
musicisti del Delta assumono consapevolezza identitaria della propria
arte, definendola via via professionalmente. Fra la fine degli anni
'20 e il decennio successivo il blues si afferma progressivamente
come musica della comunità afroamericana diffondendosi aldifuori delle contee del
Sud. Ce ne sarebbero da dire ancora
parecchie. Dato che si tratta di musica, e dato che la
musica passa per le orecchie, e dato ancora che ce ne sarà da
ascoltare parecchia durante Puzza Fa' Lu Blues, qui di séguito ci
facciamo insieme una bella infarinata propedeutica di Delta
Blues a mo' di cotolette. Quali furono i maggiori esponenti di questo stile originario?
CHARLEY PATTON (1891–1934) è da
molti considerato l'iniziatore dello stile Delta Blues, e nonostante
fosse un ometto basso e magrolino, aveva un vocione davvero potente.
Sapeva il fatto suo quando suonava dal vivo, era un intrattenitore
nato e viene descritto come il classico bluesmancarismatico e
scavezzacollo. In realtà – a differenza di altri suoi
contemporanei colleghi dalle esistenze vagabonde e arruffatissime –
è ricordato come il primo vero musicista blues professionista, nel
senso che si esibiva in occasioni programmate. Figlio del Mississippi
di sangue misto – nero, bianco e perfino Cherokee – Patton amava
far vibrare le corde della sua chitarra all'Hawaiiana, tenendosela
sul grembo, glissando con il bottleneck o con un coltellino
tascabile.
HUDDIE WILLIAM LEDBETTER, conosciuto come Leadbelly o Lead Belly(1885–1949), in realtà non nacque né visse nel Mississippi ma più a ovest,
fra Texas e Louisiana, e poi a New York. Ciononostante, la sua
esperienza di musicista folk-blues è parzialmente sovrapponibile al
mood Delta, e vale la pena citarlo. Si divise la giovinezza fra il
lavoro nei campi di cotone e lo studio appassionato di fisarmonica e
chitarra. Ben presto fu in grado di guadagnarsi da vivere suonando,
sebbene la personalità burrascosa lo portò in prigione per diverse
volte, anche per omicidio. Il nomignolo Lead Belly–pancia di
piombo– gli fu affibiato proprio dietro le sbarre per essersi
preso una pallottola nell'addome mai estratta. E in
prigione Ledbetter ebbe l'opportunità di ascoltare, imparare e
assorbire dai compagni di sventura una gran quantità di canti
popolari e tradizionali. L'attività di riscoperta delle radici
musicali degli afroamericani operata da Leadbelly nella sua musica
ebbe un'enorme influenza, a partire dalla fine degli anni '60 in poi,
sul revival folk che attraversò gli USA giungendo ai giorni nostri
fino al mainstream. Where Did You Sleep Last Night dei Nirvana, ad
esempio, è in realtà una cover di Black Girl di Lead Belly.
ROBERT JOHNSON (1911–1938) è stato
un musicista di grandissimo talento ed inseguì il sogno di diventare
un bluesman professionista per tutta la sua brevissima esistenza.
Questa aspirazione era in lui talmente totalizzante che ne nacque
tutta una serie di tetre leggende che lo vollero non solo essere
solito vagabondare per cimiteri con la sua chitarra, ma addirittura
essersi venduto l'anima a Satana in cambio di uno strumento
prodigioso. La verità era che Johnson si immerse ossessivamente
nella musica fino alla consunzione psicofisica, oltreché al
raggiungimento di livelli tecnici eccelsi nel fingerpicking. Rimasto
vedovo appena diciottenne, non si riprese mai dal trauma e
l'alcolismo lo sfiancò di lì in poi. Morì ad appena 27 anni - come
tante icone “maledette” della popular music – non si sa bene
come: c'è chi lo vuole avvelenato per gelosia da una donna, chi
sfinito da un attacco epilettico, e chi ancora ci vede la mano
del Diavolo.
SON HOUSE (1902–1988) era stato il burlone che aveva diffuso la leggenda
sulla presunto patto col Diavolo di Robert Johnson di cui sopra.
Aveva un timbro di voce caldo e sensuale, amava le donne – o per lo meno non riusciva a starne lontano, dato che se ne
sposò 5 - ed ebbe una vita alquanto spericolata, divisa fra sacro
e profano: fu predicatore per la Chiesa Battista, si fece qualche
anno di galera per omicidio e quando uscì abbandonò il Mississippi
per New York. Nella Grande Mela lavorò da semplice operaio, per poi
tornare al blues nella seconda metà degli anni '60 esibendosi anche
in Europa. Se lo portò via un cancro alla laringe a Detroit, dopo
aver sofferto anche di Parkinson e Alzheimer. Pochi anni fa The
White Stripes hanno coverizzato la sua Death Letter Blues.
Al
Delta sono legate anche le infanzie biografica e musicale delRe del Boogiee della scena blues di Detroit, JOHN LEE HOOKER (1917–2001). Hooker nacque nel Mississippi e fu tirato su, nei primissimi
anni, a pane e spirituals, poiché il padre era un predicatore
battista. Dopo il divorzio dei genitori, Hooker si ritrovò per
patrigno un musicista che si esibiva con Charley Patton (vedi sopra),
e così fu introdotto al mondo del blues molto precocemente,
continuando a suonare, cantare e incidere anche quando dovette
trasferirsi a Detroit lavorando come metalmeccanico. Col tempo
divente una star acclamata, comparve nel film The Blues Brothers e
trascorse una vecchiaia serena ed economicamente florida.
'MISSISSIPPI' FRED MCDOWELL(1904–1972) nacque e visse per la maggior parte
della sua vita in Tennessee suonando per fiere e feste di paese.
Diventò famoso soltanto alla fine degli anni '50 grazie
all'etnomusicologo Alan Lomax, fautore della “scoperta” di
diversi talentuosi musicisti del Delta. McDowell rimase sempre fedele
ortodosso delblues più radicale e più volte affermò di sentirsi
musicalmente estraneo a ciò che veniva definito come rock'n'roll.
Utilizzava bottleneck e Dobro– chitarra inventata negli anni '20
dotata di un risonatore interno in grado di amplificarne notevolmente
il suono.
AncheBOOKER T. WASHINGTON 'BUKKA' WHITE(1909–1977) era figlio del
Mississippi e anche lui, in gioventù, ebbe il privilegio di entrare
in contatto col padre del Delta Blues, Charley Patton. Già il
polistrumentista papà di Bukka aveva introdotto l'erede al violino e
poi alla chitarra, nonostante l'opposizione della nonna, che non
voleva si suonasse musica del diavolo in casa. E anche Bukka White,
come altri illustri colleghi, ebbe qualche guaio con la legge finendo
per qualche anno, con l'accusa di omicidio, in galera, dove però
godeva del rispetto di tutti e dove trasse ispirazione per diverse
canzoni incise in séguito da uomo libero. Cugino di B.B. King,
personalità trascinante, Bukka White continuò a far musica per
tutta la vita.
Dopo
quest'immersione non ci resta che darvi appuntamento a venerdì 27 febbraio al
Corvo Torvo, in Corso Roma 92, con il Delta Blues dei The Bigballs Eggs & Cheese. Trovate il calendario completo di Pizza
Fa' Lu Blues a questo link. Boom boom boom e cra!