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domenica 15 novembre 2015

Dago Red in concerto il 20 novembre con PerCorsoRoma

Ogni pretesto è giusto e sacrosanto per ospitare i Dago Red fra le solide e pietrose mura del Corvo.

Stavolta l'occasione buona ce l'ha apparecchiata su un piatto d'argento PerCorso Roma, che il prossimo venerdì riempirà i locali aderenti di Blues&Food con 7 eventi live di musica che spazia dal blues al jazz passando per tutte le felici e disparate contaminazioni del caso. Bello, no?

I Dago Red suoneranno all'Osteria il 20 novembre, a partire dalle 21.30, e torneranno a condividere il loro repertorio di folk e blues nutrito di brani storici del genere, insieme a pezzi originali tratti dai 3 album all'attivo – che potete ascoltarvi anche online direttamente da qui. 


Di loro abbiamo già detto e scritto, ci piacciono un sacco e li aspettiamo ad ali spalancate, perché sanno di buono, di familiare, di caldo e corroborante, come il vino rosso tracannato dai disgraziati dagoes italici immigrati che cercavano fortuna – o perlomeno sopravvivenza - nel Nord-America dei primi decenni del secolo scorso; come quel conforto alcolemico un po' cerimoniale e un altro po' scavezzacollo che si portano nel nome, e che riecheggia negli aromi e nei colori nell'orizzonte domestico, modesto eppure classico, nella sua essenzialità venata di dissacrante ironia 100% bluesy, dell'omonima raccolta di racconti – Dago Red, per l'appunto – del corregionale John Fante.

Vi consigliamo di prenotare per tempo, perché quando ci sono i Dago Red nei paraggi i tavoli vanno via come il pane – non stiamo esagerando. Quindi chiamateci allo 0872 716303, e poi keep on bluesin' e keep on cra-cra-cra!

domenica 11 ottobre 2015

Orgoglio Torvo: canzoni con corvi (prima parte)

Il Corvo Torvo

In questa piovosa seconda decade di ottobre inauguriamo Orgoglio Torvo, rubrica dedicata a quanto di bello, in senso artistico, abbia prodotto il genere umano ispirandosi a un animaletto a caso, a noi particolarmente caro: il corvo. Oggi ci dedichiamo alla musica e, nello specifico, alle canzoni in cui sono presenti corvi.

 

Il corvo non è un usignolo melodioso e nemmanco un vezzoso canarino. I corvi sono uccellacci con la raucedine, zompettano mezzi sghembi come vecchi che scaracchiano in terra; mentre volano cacciano fuori versi sgraziati che fanno spaventare i bambini. Ma in tutto questo non c'è che Natura, i corvi sono così e vanno bene esattamente così come sono; il loro aspetto cupo e inquietante è tanto malconcio ai nostri occhi per prassi e voluttà – sempre nostre – nel senso che tutto il marcio e il minaccioso che gli si associano sono frutto di castelli mentali dettati da umane convenzioni che nulla hanno a che spartire con le qualità intrinseche delle bestie.

Se a questo mondo non ci fosse qualcosa o qualcuno da demonizzare, cui dedicare appassionate sassaiole e su cui puntare il dito scuotendo la testa, tutto sarebbe uniforme, omogeneo, piatto, senza sagome da distinguere e da cui distinguersi all'orizzonte. Tutto sarebbe uguale a se stesso, esente da giudizio; nessuno avrebbe in mano i numeri per ergersi a bravo, bello e buono della banda. E così ci fanno da sempre un gran comodo il babau, la pecora nera e il pennuto corvino di turno; ci servono a definirci al negativo come qualcosa di luminoso, lindo e profumato, fungono da cassonetto indifferenziato delle brutture e delle paure che ci stringono il cuore. 

Il Corvo Torvo al mito del καλὸς καὶἀγαθός gli ha sfilato via il mantello e la calzamaglia da Superman da un bel po' – diciamo dal momento stesso in cui ha visto i natali nel lontano (?) 2004; e infatti non ha scelto di chiamarsi tipo La candida colomba o La passera immacolata. Alle cose troppo calcolate e/o perfettine Il Corvo preferisce quelle spontanee e un po' sfasciate da eroico furore à la Giordano Bruno – che pure lui, non per niente, mica si chiamava Giordano Pallido, e in uno dei suoi viaggioni in versi accostò le penne nere del corvo al lucore di Apollo, dio del Sole e delle Arti. 

Insomma per chiudere il pilotto: il corvo è percepito culturalmente come una bestia spiacevole e disturbante, ma c'è chi ha superato la soglia della consuetudine e si è lasciato ispirare creativamente dal suo fascino apparentemente sinistro. In particolare, il mondo della popular music è pieno zeppo di canzoni in cui compaiono corvi e cornacchie varie, a volte come semplici evocazioni di immagini o stati d'animo scenografici, altre volte in qualità di prima donna di cui si tenta di indossare le piume. Il Corvo, fiero della propria torva identità, ve ne propone una raccolta selezionata fra la miriade di brani in circolazione. 

La prima canzone è tanto scontata quanto imprescindibile. Dà il nome alla vostra osteria lancianese preferita e l'ha pubblicata VINICIO CAPOSSELA nel 1996 ne Il ballo di San Vito. 
Il Corvo Torvo è un pennuto solitario; incrocia il suo destino al lume di candela con quello dell'io narrativo fra un buon disco di jazz che la sa lunghissima e uno sciame di donzelle che sventolano fiorellini profumati sotto il becco, scaturendo nulla più di un fremito che lascia il tempo che trova insieme alla pena per l'unica lei che dice di no.


Nel 2005 lo strafico DEVENDRA BANHART ha intitolato un intero album a un corvo – per di più storpio. La title track Cripple Crow è un brano che strappa il cuore, è il ricordo lucido e commovente della distruzione causata dall'arrivo degli Europei fra gli indigeni americani, che accolsero i nuovi venuti in pace, a braccia aperte. 
Il povero corvo della canzone, già abbastanza malridotto di suo, è chiamato dall'aldilà a pronunciare un piccolo commiato pietoso sui resti dei morti innocenti.


Hejira è un disco del 1976 ed è stato composto da JONI MITCHELL interamente on the road. La signora canadese del folk in quegli anni apriva il proprio percorso musicale al jazz, tant'è che al basso elettrico compare Jaco Pastorius. Anche soltanto per questo Black Crow è un brano mozzafiato. 
Al corvo nero del titolo la cantautrice paragona il suo volo, il suo viaggiare vagabondo e invincibile che spesso diventa planare al basso, nel buio con l'anima in esilio forzato dall'istinto ridotta a brandelli, alla ricerca dei piccoli bagliori inaspettati per cui vale la pena il rischio del pantano e del pericolo. 


Il blues è uno dei pallini più tondi del Corvo Torvo. In attesa del ritorno auspicatissimo di Puzza Fa' Lu Blues, è doveroso quanto confortevole rispolverare un vecchio pezzo del 1966 di SKIP JAMES, il cui falsetto e morbido timbro decantano in prima persona la finaccia imposta a una ragazza, colpevole – a dire della prima persona di cui sopra – di un atteggiamento un po' troppo spavaldo.
Crow Jane – e qui il corvo è il nomignolo della poverina – si becca una pallottola (forse anche più di una) e finisce prematuramente sottoterra.


Crow Jane Alley strizza probabilmente l'occhio a Skip James, e WILLY DEVILLE ha mantenuto con la matrice blues delle origini un rapporto costante durante il corso di tutta la sua eclettica carriera musicale. L'ambientazione di questo brano è uno squallido motel del South-West, di quelli che si vedono nei film americani, con l'insegna al neon mezza scassata e brutti ceffi panzuti col cappello da cowboy e i baffi arrotolati. 
Il corvo qua si nasconde nel nome del buio corridoio antistante il motel; Willy vorrebbe uscire dalla sua stanza per scendere a comprarsi un boccone, ma dovrebbe attraversare questo benedetto Crow Jane Alley che gli mette una fifa pazzesca, così rinuncia. 


Black Crow Blues è stata scritta da BOB DYLAN nel periodo delle prime esperienze lisergiche e del vagabondaggio per l'Europa con Nico. Era il 1964, e il blues del corvo nero che ne uscì fuori è stata la prima canzone di sempre in cui Dylan suonava il pianoforte. 
I corvetti della canzone se ne stanno appisolati su un prato ai bordi di una strada; a pochi passi, il povero Bob rimpiange un amore che l'ha mollato. Insomma, non si tratta del classico brano d'impegno che ci si aspetterebbe. 


Raw è una ninnananna country-folk ipnotica giocata con mellotron, piano, violoncello e il sussurrare penetrante, scarno e profondo di Howe Gelb, un signore che trabocca fascino da ogni poro epidermico. L'intero album dei GIANT SAND da cui è tratta la canzone – Chore of Entchantment, 2010 – è una collezione di pezzi visionari, tanto nei testi quanto negli arrangiamenti, che trasportano seduta stante in un qualche deserto ideale al crepuscolo, a rimuginare davanti a un falò e una scatoletta di fagioli messicani. 
Così, in Raw il senso di solitudine di un uomo in mezzo al nulla si accompagna a un corvo triste e desolato, che si fa cedere il posto dagli uccellini spensierati e querruli del mattino.


Il corvo degli SHELLAC è parecchio più antipatico e martellante di tutti quelli che abbiamo ascoltato fino ad adesso. 
Il 1994 la band di Steve Albini usciva con un disco di post-hardcore ossessivo, strillatissimo e violentissimo, una botta di paranoia e chiodi sotto i piedi che si chiamava At Action Park. All'Osteria non è propriamente il caso di mettere in sottofondo roba mentre cenate, ma qua sul blog ci sta tutto, Crow è un pezzo che, come dicono a Lugano, spacca de brutto.


JAMIROQUAI è un balsamo per le orecchie. Il suo corvo nero acid jazz è un osservatore silenzioso dei guai orrendi che gli umani procurano con le proprie zampacce a se stessi, ai propri cuccioli, alla Terra tutta. 
Jason Kay lo bombarda di domande sulla sua rotta e sui suoi pensieri al tramonto, ma lui non risponde. Giustamente ha già le sue rogne da grattarsi... Black Crow è estrapolata da A Funk Odyssey del 2001.


Anche PAOLO NUTINI ci ha messo di mezzo un corvo. Cherry Blossom è un pezzo malinconico e psichedelico, in cui il nostro amico pennuto è assimilato al lato più oscuro, intimo e incatalogabile dell'animo umano. Deve essere brutta la vita per i cantanti bellocci, perché uno si aspetta roba da boy band. Chissà quante copertine avrà dedicato Cioè al visetto pulito di Paolo... Che invece ha anche una gran voce soul da uomo vissuto, e insomma non è tutto boccioli e ciliegie. Trovate Cherry Blossom in Caustic Love, album del 2014. 


Per ora vi lasciamo qui, ma altre canzoni corvine arriveranno, perché ce ne sono ancora molte e perché Il Corvo è inaspettatamente vanitoso e adora certi omaggi – nel bene e nel male. Potete ascoltare la playlist completa con le canzoni che abbiamo selezionato fin qui direttamente su YouTube, a questo link. 

Lo accettate un umile cra-cra dopo tanta bellezza?

venerdì 11 settembre 2015

Finalmente... PerCorso Roma! Dal 14 al 16 settembre le Feste di Settembre invadono Corso Roma

Chi bighellona abitualmente per Lanciano sa bene che lungo Corso Roma si affacciano, in particolare, due tipologie di elementi urbanistici. Prima di tutto, le chiese storiche: c'è quella di San Francesco che nei mesi caldi richiama querrule e variopinte carovane pellegrine in visita al Miracolo Eucaristico; più su Santa Lucia col suo bel rosone gotico, che a metà dicembre festeggia spesso la notte più lunga dell'anno a suon di consigliatissime corali; e poi la chiesa di Santa Chiara, con annessa arciconfraternita gothic darkettona che ci dà giù sotto Pasqua, giusto a mezzo tiro di schioppo dal Corvo.

Porzione del venerabile Cromaticoro (Ph.: M. Lorenzet)
L'altra tipologia di elementi urbanistici di cui sopra ci riguarda più da vicino, ed è quella beona e profana costituita dalle numerose attività a sfondo pappatorio dislocate per la via e immediati dintorni, che fanno di Corso Roma la strada dei ristoranti di Lanciano. Ce n'è un po' in tutte le salse, e sembra quasi che, dalla rotonda di viale Cappuccini fin sotto a piazza Plebiscito, sia tutto un fantastico capitombolo direzione sollazzamento panze.

In questi giorni di fine estate, per voi oltranzisti del fronte golosista di Corso Roma arriva una bella novità – che in effetti era nell'aria da più di un anno, e che giunge a completa gestazione dopo svariati travagli amministrativi e non. Questa novità si chiama PerCorso Roma ed è un'associazione costituita da 9 fra le piccole e medie attività di ristorazione che animano la connotazione conviviale della via. Puntata numero 0 di questa avventura appena nata è una ricca tre-serate benedetta e patrocinata dalle Feste di Settembre – dal 14 al 16 settembre – che riempirà il nostro amato corso non soltanto di squisitezze enogastronomiche, ma anche di intrattenimento e arte, con musica, arti visive, performance di artisti di strada, fotografia, nonché di un colorato mercatino dell'artigianato. Il tutto è stato messo su con impegno e dedizione con la preziosa collaborazione del FotoClub L'Obiettivo di Atessa e dell'associazione Amici del Mosaico Artistico di Tornareccio. Quest'ultima, in particolare, sarà presente con materiali informativi sulle attività della scuola di mosaico e con opere realizzate dagli allievi durante i laboratori.

In fondo all'articolo potete spulciarvi per bene l'intero programma dell'iniziativa dell'associazione PerCorso Roma, per la costituzione della quale si sono rimboccati le maniche – oltre, ovviamente, all'Osteria Il Corvo Torvo – Ai Vecchi Sapori, Capitan Blood, Il Chiostro, La Corona di Ferro, La Taverna del Mastrogiurato, Osteria 101 ed Enoteca Santa Lucia. Durante le tre serate verranno proposti speciali menu degustazione. Corso Roma, ça va sans dire, sarà chiusa al traffico, per cui ci saranno anche posti all'aperto, e insomma si potrà cenare nel mezzo della festa.

Mousse al Montepulciano (Ph.: A. Di Carlo)
Qui a Il Corvo Torvo siamo belli rossi e sanguigni, quindi ci buttiamo sul Montepulciano d'Abruzzo DOC dal primo fino al dolce con i gloriosi Strozzapreti con salsiccia, cannella e Montepulciano, l'epico Brasato di maiale al Montepulciano e la leggendaria Mousse al Montepulciano (€ 25,00 un quarto di Anxanum Eredi Legonziano Montepulciano incluso).

Fra gli appuntamenti musicali di questa primissima manifestazione di PerCorso Roma sono questi non possiamo segnalarvene due in particolare, ovvero Emilio Stella (chi ci frequenta, sa!) in concerto a Largo Carabba il 15 settembre e il divin Cromaticoro, che essendo una freca di gente può permettersi il dono dell'ubiquità e il 16 settembre percorrerà la via in lungo e in largo a mo' di carovana itinerante.

Emilio Stella (Ph.: M. Lorenzet)
Noi ve li consigliamo non soltanto perché parte in causa dell'associazione PerCorso Roma e delle attività connesse, ma anche perché coinvolgono amici di vecchia data del Corvo – e insomma ci piacciono proprio di cuore da sempre, e siamo sinceramente felici che abbiano accettato di sostenere questo progetto. Che è sì mangia-bevi-spasso, ma sottindende anche, idealmente, la riqualificazione e la valorizzazione collettive di questo spazio urbano – in larga parte inteso quasi esclusivamente come territorio destinato al turismo religioso e strada di percorrenza veloce e distratta da parte dei Lancianesi – in senso socio-culturale e ludico.

Perché poi, diciamocelo pure: la sera, l'estate soprattutto, fa un po' tristezza camminare per la via deserta fra i cru-cru dei piccioni che sonnecchiano sulle persiane. Quindi, oh corvi!, vi chiamiamo a raccolta e vi includiamo attivamente in questa impresa: scendete in strada con noi, riappropriamoci insieme di Corso Roma, svegliamo palombelle, capinere, passerotti e facciamo festa...

Cra e sempre cra!

***

PERCORSO ROMA - FESTE DI SETTEMBRE 2015
EVENTI IN PROGRAMMA





14 settembre


Musica
  • Andrea Castelfranato in concerto (chitarra acustica) - Larghetto San Massimiliano M. Kolbe (Larghetto Santa Lucia)
  • Redblack in concerto (trio acustico femminile, pop rock) - Largo dei Tribunali

Arti visive e performative, su tutto Corso Roma
  • mostra itinerante di Armando Di Nunzio, scultore in opera
  • mostra personale di  Marco Biondi 
  • esposizione pittorica Gessica Di Monte
  • giocoleria e fuochi a cura di Lula Visus
  • esposizione mosaici a cura dell'associazione Amici del Mosaico Artistico di Tornareccio - Larghetto San Massimiliano M. Kolbe (Larghetto Santa Lucia)
Mercatino dell'artigianato, su tutto Corso Roma


15 settembre
Musica
  • Emilio Stella in concerto (cantautorato) - Largo Carabba
  • Apollo Band in concerto - Largo dei Tribunali

Arti visive e performative, su tutto Corso Roma

Mercatino dell'artigianato, su tutto Corso Roma

16 settembre
Musica

Arti visive e performative, su tutto Corso Roma

Mercatino dell'artigianato, su tutto Corso Roma

venerdì 17 aprile 2015

Omaggio a Tom Waits con Federico Sirianni, venerdì 24 aprile

Federico Sirianni è un caro amico del Corvo; abbiamo già avuto modo di ascoltarlo qui e apprezzarlo in diverse occasioni anche coi suoi brani originali. Per l'appuntamento che chiude questa prima edizione - e magari non ultima...? - di Puzza Fa' Lu Blues ci torna a trovare per un omaggio a Tom Waits, una delle grandi passioni di Silvano. Col cantautore genovese ci sarà il supporto strumentale di Stefano Barbati.

Non possiamo che consigliarvi caldamente di esserci, come sempre l'ingresso è libero e il live avrà inizio verso le 22.00 abbondanti. Chi volesse raggiungerci per la cena, che precede il concerto, può prenotare al numero 0872 71630 o via Facebook. 

Per ora eccovi le tre canzoni di Waits "della vita" di Silvano. Buon ascolto e buona musica! 

martedì 7 aprile 2015

Blues elettrico con Mamasé Blues Band il 10 aprile - Speciale Puzza Fa' Lu Blues

Chi e che cosa si nasconde dietro l'apparentemente femminea denominazione Mamasé Blues Band? Donne? Nonne? Gonne? Bluse?

Niente di tutto questo, bensì il progetto blues che coinvolge quattro musici già noti ai radar del Corvo e ai suoi attenti e buongustai avventori, vale a dire Marco Pellegrini (voce, armonica e chitarra), Stefano Di Matteo (chitarra), Nicola Di Camillo (basso) e Fausto Troilo (drums). Quindi è facile che vi sembri di non sapere cos'è 'sta Mamasé Blues Band, ma in realtà probabilmente la conoscete in pezzi di mosaico, o meglio potete avere quantomeno cognizione di quello che è capace di fare – e comprendete bene che il prossimo appuntamento di Puzza Fa' Lu Blues vi/ci aspetta un seratone. 

Venerdì 10 aprile facciamo un viaggione con la Mamasé Blues Band che parte da Chicago e arriva idealmente – sonoramente – alle coste della California, al blues elettrico e alle radici del rock blues.

Già che ci siamo torniamo brevemente alla saga Puzza Fa' Lu Blues e spendiamo due parole sul blues di Chicago, che rappresenta la naturale evoluzione del capitolo Delta blues cui abbiamo già accennato. 

 

Ci eravamo salutati alla fine degli anni '30 nei campi di cotone del Sud-Est degli USA. Durante la Seconda Guerra Mondiale circa il 10% della popolazione nera dell'agricolo Mississippi emigrò nei grandi centri del Middlewest per trovare lavoro nell'industria bellica. Dal contesto d'origine, gli afroamericani si portarono dietro il blues del Delta avviluppandone le essenziali radici rurali con le nuove istanze elettrificate dettate dall'ambiente urbano. Tale mescolanza fu all'origine dello stile Chicago. 

Questa sorta di conciliazione ideale fra vecchio e nuovo si definì attraverso modelli ispiratori che avevano espresso i caratteri più innovatori del blues del Mississippi, e in particolare Robert Johnson. Johnson, tormentatissimo bluesman risucchiato dalla passione per la musica, era più anziano di due anni appena di quello che è considerato il padre del blues di Chicago, e che è poi la prima fra le grandi personalità legate a questo stile che di séguito rassegnamo alla vostra mercé tipo panoramica sommaria tutt'altro che esaustiva su quello che ascolteremo con la Mamasé. 

Dicevamo, il padre del blues di Chicago – chi sarà mai? Ovviamente: McKinley Morganfield, universalmente noto come MUDDY WATERS (1913–1983). Allevato dalla nonna in una capanna nella piantagione di Stovall e cresciuto fra i banchi fangosi del Mississippi – e infatti mud significa proprio fango – Muddy Waters e il suo destino a Chicago sono legati a doppio filo alla storia di Robert Johnson. Infatti nel 1941 l'etnomusicologo Alan Lomax decise di andare nel Sud a caccia di diamanti grezzi del blues a distanza di qualche anno dalla scoperta e dalle incisioni discografiche di Johnson, e fu così che lo studioso fece registrare a Waters, in casa sua a Stovall, un disco di brani che, riascoltati dal musicista dopo breve tempo, lo convinsero a tentare fortuna come professionista a Chicago. Qui, insieme a John Lee Hooker Muddy Waters esportò lo stile del Delta conservandone la matrice ritmica ed elettrificandone l'energia istintuale. Nel 1948 Waters pubblicò I Can't Be Satisfied, in cui la sua chitarra dialogava con il contrabbasso di Ernest “Big” Crawford in poliritmi derivati dalla tradizione del Delta. Rollin' Stone, singolo del 1950, ha invece ispirato il nome della rivista Rolling Stone e soprattutto quello dei Rolling Stones. (Mica poca cosa.)


LITTLE WALTER (1930–1968) – al secolo Marion Walter Jacobs – era originario della Louisiana. Fu un virtuoso dell'armonica a bocca ed era talmente talentuoso che riuscì a emancipare questo strumento dalla tradizionale posizione di – per così dire – subordinazione rispetto alla chitarra con l'amplificazione. Arrivò ad appena 12 anni a New Orleans, e poi a 16 a Chicago. Qui cominciò un'intensa e proficua collaborazione da armonicista con Muddy Waters, ma incise anche brani propri cantando ed entrando nella Top Ten per ben 14 volte dal 1952 al 1958. Una di queste hits era My Babe, un eloquente esempio di come il blues e il rock 'n' roll fossero ormai territori che si alimentavano l'uno dell'altro e viceversa senza più confini ben definiti. 
 


AARON 'T-BONE' WALKER (1910–1975), texano dal sangue afroamericano e cherokee, è stato il precursore di tutti i grandi showmen armati di chitarra elettrica del rock 'n' roll. È ricordato per le qualità di intrattenitore acrobatico, era solito fare la spaccata continuando a suonare la chitarra sulla testa, e i suoi brani sono dotati di spiccata ballabilità. A Los Angeles si mise a mescolare blues, R&B e jazz, e tirò fuori dal cappello l'electric blues, di cui è considerato il vero pioniere.


Chester Arthur Burnett HOWLIN' WOLF (1910–1976) fu una delle personalità di maggior carattere del blues di Chicago e il più audace concorrente di Muddy Waters. Sul palco sapeva dare piena e libera espressione al suo carisma di artista consapevole e orgoglioso di sé. Non disdegnò il successo commerciale e curò sempre gli interessi finanziari connessi all'attività professionale di cantante e armonicista. Smokestack Lightning, costruita su un unico accordo, lanciò Howlin' Wolf nel 1956 come uomo di spettacolo. Dal padre del Delta blues del Mississippi Charley Patton, che in gioventù gli aveva insegnato a suonare la chitarra, Wolf aveva in qualche modo ereditato anche l'arte non trascurabile di saper intrattenere a dovere il pubblico. 
 

martedì 24 marzo 2015

Il 27 marzo torna il folk 'n blues dei Dago Red

Poteva mai Silvano mettere su un calendario dedicato al blues dalla testa ai piedi senza pensare ai Dago Red? E infatti il 27 marzo per Puzza Fa' Lu Blues ci sono proprio loro, al Corvo Torvo sono stati già diverse volte e sono di casa. 


Ormai sono passati quasi 20 anni da quando la band si è formata a Guardiagrele (CH) per iniziativa di Nicola Palanza, Marco Pellegrini e Giuseppe Mascitelli, e da allora hanno pubblicato tre album - il più recente è il s/t del 2009 - di folk'n blues con canzoni originali incentrate sulla vita di tutti i giorni e su piccoli grandi drammi quotidiani fatti di disoccupazione, alcolismo, malattia mentale.

[Ph.: Matteo Lorenzet]
Dal 1998 in poi hanno preso parte a numerosi festival blues attraversando l'Europa, ampliando la formazione originale fino ai sei elementi attuali (si sono aggiunti Angelo Tracanna, Fausto Troilo e Paola Ceroli), suonando in giro in acustica e inframmezando i propri inediti con classici blues e folk. 


La formula del Corvo Torvo è quella che conoscete: cena con la cucina di Silvano Piccirilli – qui trovate il menu alla carta, e se decidete di venire a mangiare in gruppo potete dare anche uno sguardo alle tre proposte di menu fisso a questo link – e poi concerto dei Dago Red con ingresso libero per tutti, ricordandovi che la prenotazione al tavolo è prevista per i soli leccheloni cenanti. 


Il Corvo risponde allo 0872 716303 nonché su Facebook. Buon blues a tutti!

mercoledì 11 marzo 2015

Swing Blues con The Swamp - Speciale Puzza Fa' Lu Blues

Il prossimo venerdì 13 uscite di casa serenamente senza toccarvi le parti intime. Non vi proponiamo niente di horrorifico, e anzi al Corvo succede una cosa bella: vengono a trovarci The Swamp, band laziale composta da Samuel Stella (voce e chitarra), Ruggero Giustiniani (percussioni) e Light Palone (contrabbasso). 


Con loro daremo il là – e tutte le altre note del caso – al secondo appuntamento di Puzza Fa' Lu Blues, dedicato a quello che abbiamo indicato in cartellone come swing / blues. 



Ora, in realtà è un gran casino mettersi lì e appiccicare etichette con nomi precisi in questi contesti. Tant'è vero che quando si sente parlare di swing si pensa automaticamente anche al jazz, e magari pure all'immaginario fitzgeraldiano e alla Harlem Renaissance con tutto il suo processo di emancipazione, affinamento e diffusione della cultura popolare afroamericana fra il pubblico bianco colto dell'East Coast e del Mid West.


Lo swing in sé per sé (to swing = "dondolarsi, ciondolare") diventa genere di successo nella seconda metà degli anni Trenta attraverso una combinazione ballabile di partiture da orchestra e armonie blues. A tutto questo si unisce anche il gusto peculiare per le variazioni sul tema tipiche dei primi esperimenti jazz dell'area di New Orleans. Nel Mid West, soprattutto attorno a Kansas City, i caratteri blues sono più marcati, mentre a New York spopolano le big band di impronta jazzista in cui suonano insieme musicisti bianchi e neri – vere e proprie orchestre da ballo con voci soliste dal fraseggio blues che riscontrarono enorme successo con brani di largo consumo.


Per farla breve e per non buttarla troppo in chiacchiere, qui di séguito trovate un piccolo – e inevitabilmente incompletissimo – quadretto sonoro e biografico con i protagonisti delle origini dello swing. Ricordate di prenotare per la serata di venerdì 13 marzo al Corvo Torvo con The Swamp!, prima del live si mangia e si beve come sempre, e poi verso le 22:30 – 23:00 si ciondola insieme bluesando fra una tazza e l'altra...


Lo swing è stato soltanto uno fra i generi musicali sperimentati da DUKE ELLINGTON (1899–1974). Pianista, compositore, bandleader e manager, è considerato una figura determinante nella storia del jazz, sebbene lui stesso preferisse definire quello cui si dedicò, per sessant'anni circa, come musica americana. Figlio di un maggiordomo al servizio della Casa Bianca, Duke Ellington ebbe un'infanzia agiata e cominciò a dedicarsi professionalmente alla musica molto presto, divenendo appena venticinquenne leader di un'orchestra che annoverava tra le proprie file musicisti di primordine, e che sarebbe rimasta in piedi – con alterne vicende – fino agli anni '70.


È impossibile liquidare in una decina di righe vita e aneddoti musicali di LOUIS ARMSTRONG (1901–1971): fin troppa carne sul fuoco e fin troppo poderoso il suo operato di artista. Senza il suo contributo, non solo la musica swing non sarebbe stata quello che è stato, ma forme di canto largamente sfruttate dal jazz come lo scat non avrebbero probabilmente incontrato tanta popolarità, così come neanche il fraseggio vocale di Billie Holiday sarebbe stato possibile. Satchmo è diventato leggenda per carisma, personalità di musicista e impegno politico; fu grande sostenitore di Martin Luther King, e persino l'FBI lo teneva sott'occhio. Ne passò di tutti i colori prima di arrivare al successo, e per quanto la natia New Orleans gli restò sempre nel cuore con affetto, l'infanzia in quella città fu per lui un rincorrersi di esperienze estreme di violenza, vita di strada e scatafasci familiari vari. Armstrong è stato trombettista, cornettista e cantante ricordato in termini di non comune generosità tanto professionalmente che nel privato.

Figlio di musicisti, WILLIAM ALLEN 'COUNT' - nel senso di "conte" - BASIE (1904–1984) è stato un genio musicale talmente precoce da ritrovarsi a suonare e dirigere spettacoli di varietà e musica blues appena ventenne. Nato nel New Jersey, si spostò a cercare fortuna in Kansas, dove si fece strada suonando in varie band musicali, per poi fondarne una tutta sua. La Count Basie Orchestra fu operativa dal 1936 al 1950 ed è oggi ricordata come una delle più celebri band di swing. Oltre a un organico che variava dai 16 ai 18 elementi, poté contare su collaborazioni prestigiose con artisti del calibro di Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Frank Sinatra. One o'Clock Jump, del 1937, è stato forse il successo più trascinante dell'Orchestra. È un brano fondamentale per lo swing delle origini, poiché conserva la struttura a dodici battute tipica del blues ed è sintomatica del fatto che, fra la fine degli anni '30 e l'inizio dei '40, fosse pressoché impossibile delimitare confini precisi fra ciò che era blues e ciò che poteva essere definito tout court come jazz. Lo swing diventò la terra di mezzo in cui andavano sperimentandosi nuove imprescindibili e fruttuose contaminazioni.


BENNY GOODMAN (1909–1986) è stato definito da alcuni coevi The King of Swing. Oggi, col senno di poi, l'appellativo suona un tantino altisonante, soprattutto se si pensa che Goodman visse e operò contemporanente a personalità come Duke Ellington o Armstrong. Ciononostante, Goodman e la sua orchestra jazz da ballo – cui persino la NBC riservò nel 1934 lo show radiofonico del sabato sera, Let's Dance – giocarono un ruolo fondamentale nello sdoganamento della musica della comunità nera fra il pubblico bianco. Benny Goodman nacque a Chicago da una modesta famiglia di origine russa che lo avviò agli studi musicali. Non è ricordato tanto per le capacità tecniche di musicista – era un discreto clarinettista - quanto perché la sua Big Band fu la prima orchestra in assoluto a tenere un concerto di musica non classica al Carnegie Hall di New York, nel 1938. Nel 1942 la cover di Why Don't You Do Right? – blues di dodici battute composto l'anno precedente dal bluesman del Delta del Mississippi Kansas Joe McCoy – ottenne un enorme successo. Quasi cinquant'anni più tardi, Jessica Rabbit sculettava e sballottava le tette in faccia a Bob Hoskins nella memorabile versione cartoon del medesimo brano in Chi ha incastrato Roger Rabbit? 


LOUIS PRIMA (1911–1978) fu jazzista versatile e per così dire sempre sul pezzo e cavalcatore di mode. Si dedicò allo swing negli anni Trenta del Novecento e fu sicuramente influenzato – nell'uso dello scat e nel modo di suonare la tromba – da Louis Armstrong, suo conterraneo. Prima era italoamericano, e in molte delle sue canzoni si divertì a ostentare le sue origini con inserti di testo in italiano. Sing, Sing, Sing è uno dei suoi swing più di successo all'epoca; parecchi bambini ed ex bambini, inoltre, riconosceranno nella voce di Louis Prima quella di Re Luigi – il re delle scimmie nella versione Disney de Il libro della jungla. 


BILLIE HOLIDAY (1915–1959) è la Lady Day cui Lou Reed dedica l'omonima canzone contenuta in Berlin (1973), uno dei suoi lavori più impegnativi, sofferti e difficili. I testi del disco sono infestati da storie di tossicodipendenza, abusi, separazioni e violenze, e la vita della Holiday è stata costellata da episodi ai limiti della sopportazione umana fino alla morte prematura per cirrosi epatica. Now They Call It Swing è una specie di metariflessione leggera e vaporosa sulla genesi dello swing e sulla sua ballabilità dal ritmo sincopato – insomma, una piccola lezione pratica sul modo in cui il panorama musicale nordamericano andava evolvendosi.


ELLA FITZGERALD (1917-1996) – detta anche Lady Ella, The First Lady of Song e Mama Jazz – è fra le voci jazz più energiche e famose di sempre, e collaborò durante la sua lunga carriera con i maggiori musicisti, cantanti e orchestre dell'epoca (compresi i già citati Louis Armstrong e Duke Ellington). La Fitzgerald era dotata di enormi doti vocali, che le permisero di dedicarsi a tantissimi generi musicali. Sperimentò lo swing sin dagli esordi professionali cantando nell'orchestra del batterista Chick Webb, che l'arruolò per la sua band in séguito di una sua esibizione amatoriale all'Apollo Theatre di Harlem nel 1934. La vita di Ella fu cesellata di importanti riconoscimenti artistici, mentre nel privato fu flagellata da eventi familiari traumatici in gioventù e dalla malattia in vecchiaia.






lunedì 23 febbraio 2015

Cos'è il Delta Blues? Speciale Puzza Fa' Lu Blues con The Bigballs Eggs & Cheese

Il blues è una storia seria e importante, Il Corvo Torvo se lo sente addosso e il solenne e ieraticissimo Silvano gli ha voluto dedicare tutta la seconda ondata di appuntamenti live di questa stagione che prende il via venerdì 27 febbraio.


Il primo concerto di Puzza Fa' Lu Blues è quello di The Bigballs Eggs & Cheese (le grandi pallotte cac'e ove), trio composto da Janis J. Winter (voce), Pierluigi Petricca (slide guitar) e Marco Pellegrini (harp & guitar). E non a caso si inizia con loro, che si dedicano a uno stile particolare di blues – lo stile delle origini, il Delta Blues. Per delta si intende la foce del Mississippi, il fiumone lunghissimo che attraversa gli USA dal Nord del Minnesota per 10 stati federati per riversarsi nelle acque del Golfo del Messico in Louisiana dopo quasi 4000 km. 




Nei territori del Sud, fra le colline dello Stato del Mississippi, con tutta probabilità è nato il blues alla fine del XIX secolo, in un contesto rurale di estrema povertà e piantagioni di cotone su cui si spaccavano la schiena e riversavano sudore gli schiavi afroamericani.

Blues è un termine che già dalla prima metà del 1800, in quei luoghi, si riferisce alla noia, al tedio. Sicuramente le popolazioni nere costrette a lunghe ore di faticoso appiattimento nei campi non se la spassavano granché, e col tempo blues passò a indicare tristezza e malinconia veri e propri. C'è un'espressione ancora corrente che recita I've got the blues, e il blue è il colore del magone più mesto. 

Il Delta Blues ha rappresentato la naturale e primigenia evoluzione dei lamenti di dolore che le vittime degli schiavisti negrieri si scambiavano faticando fra le piante di cotone. Il blues nasce dai canti di lavoro, caratterizzati da figure ritmiche ripetute ossessivamente, strofi essenziali dai versi generalmente non rimati che davano voce a profanissime lacerazioni del vissuto quotidiano.

Con l'abolizione – sulla carta – della schiavitù, il blues si emancipa dal contesto agricolo, e i musicisti del Delta assumono consapevolezza identitaria della propria arte, definendola via via professionalmente. Fra la fine degli anni '20 e il decennio successivo il blues si afferma progressivamente come musica della comunità afroamericana diffondendosi aldifuori delle contee del Sud. 
Ce ne sarebbero da dire ancora parecchie. Dato che si tratta di musica, e dato che la musica passa per le orecchie, e dato ancora che ce ne sarà da ascoltare parecchia durante Puzza Fa' Lu Blues, qui di séguito ci facciamo insieme una bella infarinata propedeutica di Delta Blues a mo' di cotolette. Quali furono i maggiori esponenti di questo stile originario?

CHARLEY PATTON (1891–1934) è da molti considerato l'iniziatore dello stile Delta Blues, e nonostante fosse un ometto basso e magrolino, aveva un vocione davvero potente. Sapeva il fatto suo quando suonava dal vivo, era un intrattenitore nato e viene descritto come il classico bluesman carismatico e scavezzacollo. In realtà – a differenza di altri suoi contemporanei colleghi dalle esistenze vagabonde e arruffatissime – è ricordato come il primo vero musicista blues professionista, nel senso che si esibiva in occasioni programmate. Figlio del Mississippi di sangue misto – nero, bianco e perfino Cherokee – Patton amava far vibrare le corde della sua chitarra all'Hawaiiana, tenendosela sul grembo, glissando con il bottleneck o con un coltellino tascabile.


HUDDIE WILLIAM LEDBETTER, conosciuto come Leadbelly o Lead Belly (1885–1949), in realtà non nacque né visse nel Mississippi ma più a ovest, fra Texas e Louisiana, e poi a New York. Ciononostante, la sua esperienza di musicista folk-blues è parzialmente sovrapponibile al mood Delta, e vale la pena citarlo. Si divise la giovinezza fra il lavoro nei campi di cotone e lo studio appassionato di fisarmonica e chitarra. Ben presto fu in grado di guadagnarsi da vivere suonando, sebbene la personalità burrascosa lo portò in prigione per diverse volte, anche per omicidio. Il nomignolo Lead Belly – pancia di piombo – gli fu affibiato proprio dietro le sbarre per essersi preso una pallottola nell'addome mai estratta. E in prigione Ledbetter ebbe l'opportunità di ascoltare, imparare e assorbire dai compagni di sventura una gran quantità di canti popolari e tradizionali. L'attività di riscoperta delle radici musicali degli afroamericani operata da Leadbelly nella sua musica ebbe un'enorme influenza, a partire dalla fine degli anni '60 in poi, sul revival folk che attraversò gli USA giungendo ai giorni nostri fino al mainstream. Where Did You Sleep Last Night dei Nirvana, ad esempio, è in realtà una cover di Black Girl di Lead Belly.



ROBERT JOHNSON (1911–1938) è stato un musicista di grandissimo talento ed inseguì il sogno di diventare un bluesman professionista per tutta la sua brevissima esistenza. Questa aspirazione era in lui talmente totalizzante che ne nacque tutta una serie di tetre leggende che lo vollero non solo essere solito vagabondare per cimiteri con la sua chitarra, ma addirittura essersi venduto l'anima a Satana in cambio di uno strumento prodigioso. La verità era che Johnson si immerse ossessivamente nella musica fino alla consunzione psicofisica, oltreché al raggiungimento di livelli tecnici eccelsi nel fingerpicking. Rimasto vedovo appena diciottenne, non si riprese mai dal trauma e l'alcolismo lo sfiancò di lì in poi. Morì ad appena 27 anni - come tante icone “maledette” della popular music – non si sa bene come: c'è chi lo vuole avvelenato per gelosia da una donna, chi sfinito da un attacco epilettico, e chi ancora ci vede la mano del Diavolo.


SON HOUSE (1902–1988) era stato il burlone che aveva diffuso la leggenda sulla presunto patto col Diavolo di Robert Johnson di cui sopra. Aveva un timbro di voce caldo e sensuale, amava le donne – o per lo meno non riusciva a starne lontano, dato che se ne sposò 5 - ed ebbe una vita alquanto spericolata, divisa fra sacro e profano: fu predicatore per la Chiesa Battista, si fece qualche anno di galera per omicidio e quando uscì abbandonò il Mississippi per New York. Nella Grande Mela lavorò da semplice operaio, per poi tornare al blues nella seconda metà degli anni '60 esibendosi anche in Europa. Se lo portò via un cancro alla laringe a Detroit, dopo aver sofferto anche di Parkinson e Alzheimer. Pochi anni fa The White Stripes hanno coverizzato la sua Death Letter Blues.


Al Delta sono legate anche le infanzie biografica e musicale del Re del Boogie e della scena blues di Detroit, JOHN LEE HOOKER (1917–2001). Hooker nacque nel Mississippi e fu tirato su, nei primissimi anni, a pane e spirituals, poiché il padre era un predicatore battista. Dopo il divorzio dei genitori, Hooker si ritrovò per patrigno un musicista che si esibiva con Charley Patton (vedi sopra), e così fu introdotto al mondo del blues molto precocemente, continuando a suonare, cantare e incidere anche quando dovette trasferirsi a Detroit lavorando come metalmeccanico. Col tempo divente una star acclamata, comparve nel film The Blues Brothers e trascorse una vecchiaia serena ed economicamente florida.


'MISSISSIPPI' FRED MCDOWELL (1904–1972) nacque e visse per la maggior parte della sua vita in Tennessee suonando per fiere e feste di paese. Diventò famoso soltanto alla fine degli anni '50 grazie all'etnomusicologo Alan Lomax, fautore della “scoperta” di diversi talentuosi musicisti del Delta. McDowell rimase sempre fedele ortodosso del blues più radicale e più volte affermò di sentirsi musicalmente estraneo a ciò che veniva definito come rock'n'roll. Utilizzava bottleneck e Dobro – chitarra inventata negli anni '20 dotata di un risonatore interno in grado di amplificarne notevolmente il suono.




Anche BOOKER T. WASHINGTON 'BUKKA' WHITE (1909–1977) era figlio del Mississippi e anche lui, in gioventù, ebbe il privilegio di entrare in contatto col padre del Delta Blues, Charley Patton. Già il polistrumentista papà di Bukka aveva introdotto l'erede al violino e poi alla chitarra, nonostante l'opposizione della nonna, che non voleva si suonasse musica del diavolo in casa. E anche Bukka White, come altri illustri colleghi, ebbe qualche guaio con la legge finendo per qualche anno, con l'accusa di omicidio, in galera, dove però godeva del rispetto di tutti e dove trasse ispirazione per diverse canzoni incise in séguito da uomo libero. Cugino di B.B. King, personalità trascinante, Bukka White continuò a far musica per tutta la vita.



Dopo quest'immersione non ci resta che darvi appuntamento a venerdì 27 febbraio al Corvo Torvo, in Corso Roma 92, con il Delta Blues dei The Bigballs Eggs & Cheese. Trovate il calendario completo di Pizza Fa' Lu Blues a questo link. Boom boom boom e cra!