Siete sul blog dell'Osteria Il Corvo Torvo di Lanciano (CH). Parliamo di Gastronomia, Buon Bere, Arte, Territorio. Mettetevi comodi, siete i benvenuti!
Tanto per essere chiari sin dall'inizio: NON è un pesce d'aprile!
Lunedì 10 c'è chi si risveglierà dopo tre giorni di clausura, e invece Il Corvo Torvo si rifarà vivo per pranzo addirittura dopo sette anni.
Insomma, evento portentoso da non perdere; anche perché, se e quando si ripeterà un appuntamento del genere, almeno per ora, non è dato da sapere.
Ciò che è certo è che Il Corvo è un sentimento che ha continuato a covare e bruciacchiare dentro, al di là del tempo e dello spazio. Tant'è che l'amata cucina della mai dimenticata Osteria di Terra si teletrasporterà per questa occasione leggendaria presso l'Anxa Sport Village in via Contrada Camicie 32 a Lanciano (CH), un posto speciale in cui Mago Silvano evocherà sapori che, chi ha già provato in passato, è inverosimile abbia voglia di lasciarsi scappare.
Inoltre a Pasquetta, oltre al discorso pranzo, saranno a disposizione anche gli spazi attrezzati dell'Anxa per alcune attività sportive (panza piena in corpore sano).
Per chi invece è novizio del Corvo, l'augurio è che sia l'inizio di un nuovo amore e occasioni future.
Vi si attende con molta gioia e un paio di rughe in più. Prenotate allo 0872 700564 contattando l'Anxa Sport Village.
Quelle che state per leggere sono le
parole più brutte e prive di senso pubblicate da due anni e qualcosa
a questa parte sul blog.
Il Corvo chiude. Niente più cra-cra,
oste rilassato, foglie di ceramica, Francesca e Annalisa che si smazzano
fra i tavoli mentre vi prendete qualche chiovo potente
scarabocchiando le tovagliette di carta... Manco più musica figa,
nulla più, tutto finito. Un posto così nei paraggi non c'è.
Chiedetevi se c'è, e rispondetevi da soli no non c'è, per un
milione di motivi. Pregi e difetti del caso, tutto insieme... Sommate e sottraete. Ma non
c'è un posto così, non ci sarà più.
La cosa più orrenda di tutte è cheIl
Corvo non chiude perché non ci va gente, e allora certo che dovrebbe
chiudere. Anzi, Il Corvo va bene, e questa è proprio la parte
peggiore della questione. Il Corvo è strapieno di gente il sabato, e
non riesce a starsene mai tanto per i cavoli suoi manco prima del
weekend. Insomma, lavoro ce n'è e pure tanto, ed è probabile che ce
ne sarebbe stato ancora di più nei mesi a venire. Lo dice sempre quel coglione boyscout che siamo fuori dalla crisi. E infatti siamo fuori dalla crisi e Il Corvo chiude.
Il fatto è che
non importa quanto uno si spezzi la schiena e ci sia da sgobbare
davanti ai fornelli e alla lavastoviglie, non importa quanto tu sia pronto a rischiare pur di fare qualcosa che piace a te prima di
tutto, in cui sei pronto a mettere la tua faccia, qualcosa che ti
appaga, che ti tira da morire e devi fare se non vuoi sputarti quando ti guardi allo specchio, qualcosa di diverso dall'ordinario, di forte,
di vero, di fuori mercato – e non importa neanche quanto tutto questo venga
ricevuto o apprezzato. Non importa più un cazzo di niente perché lo
Stato se lo mangia a tasse, e tu non puoi farci nulla.
Sì, questo è
un fantastico post che piove, governo ladro, e Il Corvo
sostanzialmente chiude per cose poco romantiche e molto pragmatiche, le tasse, perché se hai un'attività di
ristorazione e vuoi mettere sulla tavola roba degna rispettando tutte
le regole, pure quelle più assurde e pretestuose, poi non solo ti va
di lusso se non ci rimetti di tasca tua, ma ti ritrovi pure a tirare
a campare in un posto che ha da offrire pochissimo in termini di
servizi e cultura e sanità e istruzione. Chi se l'aspettava che sarebbe tutto finito
scrivendo cose tipo un Del Debbio da due lire?
Ma voi, nei panni di
uno che si fa un mazzo tanto per seguire la bellezza e condividerla
in tutto quello che tiene sotto mano – nel cibo, sui muri,
nell'aria – e vede che questa cosa è accettata, ben voluta, ha
riscontro; voi nei panni di uno che poi si ferma a tirare le somme e
si rende conto che il sistema gli risucchia metà delle risorse
psicofisiche e monetarie, e in cambio gli para davanti un orizzonte
di sbattimento a ruota e zero prospettive di miglioramento,
nonostante tutto regga alla perfezione; voi, in quei panni lì,
quanto resistereste senza strapparveli di dosso e sfanculare tutto?
Il Corvo chiude perché manco andare bene è più sostenibile. Andare
bene è sostenibile fino a quando sei disposto ad accettare lo
sfiancamento del morto a galla. Avete figli? Chi ha figli la gloria
dopo un po' se la mette sotto le scarpe, perché con la gloria da
sola non ci paghi le bollette di casa, e dopo un po' la gloria
incattivisce e toglie la voglia di fare. Conservate i ricordi
migliori, Il Corvo non c'è più perché non c'è alternativa.
Povero corvo... Nella tradizione
letteraria non ha fatto quasi mai una figura anche soltanto passabile. Qualche eccezione
consolatoria in effetti esiste e l'abbiamo registrata, ma in generale
le sue penne scure e il suo vociare non propriamente gradevole lo
hanno reso oggetto di associazioni mentali poco edificanti, se non
di maledizioni vere e proprie.
Storie in letteratura che coinvolgono
a vario titolo il nostro pennuto preferito ce ne sono in larga
misura, e per questo contesto ci accontentiamo dell'adagio nel bene e
nel male, purché se ne parli.
Ecco una selezione di grandi classici
letterari contenenti corvi; va da sé che pure nei casi in cui questi
ultimi sono tacciati di cosacce brutte, vi consigliamo lettura e
approfondimento: anche solo per dissentire sull'eventuale visione
globale negativa sottesa, esprimere solidarietà ai nostri amati, e
dare voce all'Orgoglio Torvo che – se siete arrivati fino a qua – innegabilmente vi contraddistingue.
Icona messinese del profeta Elia, XVIII secolo
I primi corvi letterari importanti che
trattiamo qui risalgono alla narrazione biblica incentrata sulle
vicende di un personaggio abbastanza impegnativo. Il profeta Elia
appare in lungo e in largo nei Libri dei Re 1 e 2 della BIBBIA,
resuscitando gente, moltiplicando cibarie, ammonendo sovrani zozzoni
e assassinando a mani nude frotte di infedeli.
Alla fine Elia neanche
muore, tanto è poco ordinario il suo caso umano, ma viene rapito da
un carro infuocato condotto da cavalli che trascinano il profeta in
un turbine fino al cielo (2Re 2,11) – come una specie di Gesù in
ascensione o un Apollo perso nel sole.
Fra le mille e più avventure in cui è implicato questo impavido
personaggio ce n'è una che ci interessa da vicino:
all'inizio della sua carriera di rimbrottatore di malfattori, Elia se
ne va in eremitaggio forzato a vivere in mezzo alla natura
dissetandosi alle acque di un torrente. Qui viene sfamato da dei
fantastici corvi che, maestri della ristorazione pure in mezzo alla
carestia, gli garantiscono una dieta varia ed equilibrata a base di
pane e carne (1Re 17,3-6). Il tutto accade per intercessione e volere divini – e qui non
aggiungiamo altro per non essere blasfemi e non scivolare sulla facile
buccia di banana dell'autocelebrazione.
Esopo (VI sec. a.C.), Fedro (I sec.) e
Jean de La Fontaine (XVII sec.), invece, al corvo gli hanno fatto
fare tutti quanti una figura abbastanza barbina – una figura unica
cumulativa, dato che di base raccontano la medesima vicenda.
IL CORVO E LA VOLPE è una favola vecchia come il cucco, è stata narrata a
vario titolo da tutti i letterati citati di cui sopra. Come
si ricorderà, è la storiella di un corvo un po' tordo e parecchio
vanitoso: si lascia fregare un pezzo di formaggio da una volpe che lo
adula e lo invita a cantare per dimostrarle che la bellezza delle
penne corrisponde a un talento vocalico improbabilissimo. Il corvo è
di quelli a cui piace piacere – ego smisurato?, insicurezza? – e
che si gongolano nelle sviolinate; spalanca il becco e gli cade il
formaggio, prontamente afferrato dalla volpe, che si da alla
fuga. Giovanni Arpino – giornalista e
scrittore del secolo scorso – ha persino inventato una coda alla
favola, nella quale il corvo, oltre alla figuraccia, fa anche una
brutta fine e ci lascia le penne per zampa della figlia della volpe.
Altre pagine, altro esimio letterato, e
altro corvo soprattutto – che però, nel caso specifico che segue,
c'entra in maniera alquanto ambigua.
Giovanni Boccaccio, quello del
Decamerone, a un certo punto della sua vita – in piena andropausa
pre-mortem, intorno al 1365 ad essere precisi – ripudia amore
cortese e storielle sconce in un sol colpo, prendendo la strada della
misoginia. Nel CORBACCIO butta giù un delirio violentissimo nel
quale immagina il defunto marito di una donna che ha rifilato un
due di picche a un tale disperatissimo – il tale dell'io narrante – mentre sciorina tutta una serie di invettive nei confronti della vedova,
volte a mostrare la vera natura odiosa, arcigna e lussuriosa non solo
di lei, ma di tutte le donne in stock. Il tono di Boccaccio è fra il
grottesco e l'acido, tanto che fra i filologi del caso c'è chi
sospetta che qualche donna gliel'avesse negata, e lui medesimo
stesse più o meno vagamente, autobiograficamente e definitivamente
rosicando di brutto (come sapete la ciuccia inciuccinisce soprattutto chi ne
soffre la carenza). Quello che resta incerto è a quale
corbaccio si riferisca il titolo della prosa: forse al corvo
come allegoria gracchiante «simbolo funebre di maldicenza e aggressività»,
oppure alla vedova per «il color nero del [suo] vestimento». Comunque sia, nulla di simpatico.
Illustrazione di Édouard Manet
Qualche secolo dopo Edgar Allan Poe si
sballava tantissimo con tutto quello che gli capitava sotto. Alcool e droga a manetta lo trascinavano in
viaggioni tremendi e soffertissimi, in cui il poveraccio non si sa se
trovasse il conforto o l'oblio cui – supponiamo – aspirasse, ma
quantomento fu da essi agevolato alla costruzione di un'estetica personalissima
piena di fascino lugubre. Tutto ciò che cercava Poe con ossessione maniacale
era Bellezza, completa e incontaminata – scevra da intenti sociali
o didattici. La cercava nella musicalità dei suoni delle parole e
nelle immagini misteriose ed evocative, e sicuramente fece centro nel
1845, quando conquistò la fama con la poesia THE RAVEN (Il Corvo),
tradotta e commentata in Francia da mostri sacri e altrettanto
maledetti e fraciconi come Mallarmé e Baudelaire. La Bellezza di cui sopra qui comprendeva l'uccello del malaugurio
(«the bird of ill omen», così l'autore spiegava il senso del
nostro amato pennuto),
nonché profeta e insieme cosa del male, che incessantemente ripete
il suo famoso nevermore (mai più!) in ricordo della defunta amata
Lenore della finzione poetica.
ULTIMO VIENE IL CORVO è un bellissimo
racconto del 1947 di Italo Calvino, nonché raccolta di brevi
storie contenenti il racconto stesso pubblicata nel 1949. Nel nostro
piccolo vi invitiamo a leggere per la
tensione emotiva e la lucidità realista con cui l'autore riesce a
cogliere l'assurdità di un omicidio – e, con esso, di qualunque assassinio – sullo sfondo della Resistenza e
delle campagne del settentrione.
Il corvo anche qui presta le sue
penne in funzione di messaggero funesto. Calvino – e non dobbiamo
dirlo noi – è un maestro nel cogliere il carattere contemporaneo
ed eterno dei simboli della ritualità umana. Il suo è un corvo
solenne che appartiene a tutte le epoche della storia umana e delle sue
guerre stupide e innecessarie.
Illustrazione di Attilio Mussino
L'ultimo corvetto letterario che
citiamo qui appare in uno dei testi più conosciuti, diffusi e per
questo motivo snaturati al mondo in codazzi di versioni varie ed avariate, ovvero il PINOCCHIO di Collodi. All'inizio del XVI capitolo, il burattino viene recuperato impiccato a un albero grazie all'intervento della Fata Turchina, che lo
sistema a letto privo di sensi e chiama al suo capezzale tre medici
affinché lo recuperino. Uno dei tre è appunto un Corvo, che assolve
le sue tradizionali funzioni di menagramo pure in questa situazione e
spaccia paradossalmente il pezzo di legno Pinocchio per morto.
Ogni pretesto è giusto e sacrosanto
per ospitare i Dago Red fra le solide e pietrose mura del Corvo.
Stavolta l'occasione buona ce l'ha apparecchiata su un piatto
d'argento PerCorso Roma, che il prossimo venerdì riempirà i locali
aderenti di Blues&Food con 7 eventi live di musica che spazia dal
blues al jazzpassando per tutte le felici e disparate contaminazioni
del caso. Bello, no?
I Dago Red suoneranno all'Osteria il 20 novembre, a partire dalle 21.30, e
torneranno a condividere il loro repertorio di folk e blues nutrito
di brani storici del genere, insieme a pezzi originali tratti dai 3
album all'attivo – che potete ascoltarvi anche online direttamente
da qui.
Di loro abbiamo già detto e scritto, ci piacciono un sacco e li
aspettiamo ad ali spalancate, perché sanno di buono, di familiare,
di caldo e corroborante, come il vino rossotracannato dai disgraziati dagoes
italici immigrati che cercavano fortuna – o perlomeno sopravvivenza
- nel Nord-America dei primi decenni del secolo scorso; come quel
conforto alcolemico un po' cerimoniale e un altro po' scavezzacollo che si portano nel nome, e che riecheggia negli
aromi e nei colori nell'orizzonte domestico, modesto eppure classico,
nella sua essenzialità venata di dissacrante ironia 100% bluesy, dell'omonima
raccolta di racconti – Dago Red, per l'appunto – del corregionale
John Fante.
Vi consigliamo di prenotare per tempo, perché quando ci sono i
Dago Red nei paraggi i tavoli vanno via come il pane – non stiamo esagerando. Quindi
chiamateci allo 0872 716303, e poi keep on bluesin' e keep on cra-cra-cra!
Diciamocelo senza troppi giri di
parole: Silvano e Debora, la festa di Halloween, non se la sono
filata di striscio mai e poi mai in undici e passa anni di
sbrigliatissima carriera.
Per snobberia? Per pigrizia? Perché i
dolcetti cariano i denti e non ci va di far ingrassare a sfregio gli
odontoiatri? No a tutte e tre le lecitissime ipotesi.
La questione
nuda e cruda è questa: di feticcio nero e oscuro, all'osteria, ce
n'è uno e insostituibile e si chiama Corvo.
Si dà il caso, fra l'altro, che
questo pennuto sia anche parecchio geloso della propria torvezza, e
insomma non ci si è mai posta neanche lontanamente la questione se
fosse o meno il caso di metterlo in competizione con altre diaboliche icone delle tenebre e, di conseguenza, trasformare una festa goliardica in una mega rissa fra uccelli neri,
pipistrelli e altri individui volanti e particolarmente fetusi tipo streghe o ragni pelosi (che è vero che non volano, ma si intonano a perfezione al resto della truppa).
Il rischio di lasciarci le penne sarebbe stato alto e non era il caso di correrlo.
Quest'anno però le cose sono
davvero diverse. Come sapete abbiamo aderito a PerCorso Roma e
sosteniamo con sommo gaudio le iniziative proposte da questa operosa
associazione - di cui facciamo parte in prima persona – fra cui
quella che, per l'appunto, onorerà la tetra vigilia di
Ognissanti con una speciale rassegna dedicata alla gastronomia.
Nelle serate del 31 ottobre e 1 novembre in tutti i
ristoranti aderenti saranno proposti degli speciali menu a prezzo ridotto dedicati ai
sapori dell'autunno - Osteria Il Corvo Torvo felicemente compresa.
Halloween in realtà – gelosie ornitologiche a parte – è una delle ricorrenze più
rock'n'roll, sbrindellate e anti-tutto dell'anno; a noi quei bei
teschioni minacciosi da biker tempestati di borchie e tatuaggi
lugubri, alla fine, ci sono sempre piaciuti. Per cui questo weekend
coccoleremo il Corvo un po' più del solito affinché non ci scappi
il morto, e festeggeremo il nostro primo torvissimo Halloween come si
deve.
Ecco il nostro menu:
Crostatina di zucca su crema di verza viola Timballino di polenta con borragine e nocciole Filetto di maiale ai funghi dell'Alto Sangro Gateau di ricotta, zucca e cioccolata Vino Villa Medoro Montepulciano
Prezzo € 25,00
Per prenotare potete contattarci, come al solito, per telefono ai numeri 0872 716303 e 347 7158527, oppure via Facebook a questo profilo.
Vi salutiamo col nostro cra più corvino di sempre...
Chi bighellona abitualmente per
Lanciano sa bene che lungo Corso Roma si affacciano, in particolare,
due tipologie di elementi urbanistici. Prima di tutto, le chiese
storiche: c'è quella di San Francesco che nei mesi caldi richiama
querrule e variopinte carovane pellegrine in visita al Miracolo
Eucaristico; più su Santa Lucia col suo bel rosone gotico, che a
metà dicembre festeggia spesso la notte più lunga dell'anno a suon
di consigliatissime corali; e poi la chiesa di Santa Chiara, con annessa arciconfraternitagothic darkettona che ci dà giù sotto
Pasqua, giusto a mezzo tiro di schioppo dal Corvo.
Porzione del venerabile Cromaticoro (Ph.: M. Lorenzet)
L'altra tipologia di elementi
urbanistici di cui sopra ci riguarda più da vicino, ed è quella
beona e profana costituita dalle numerose attività a sfondo
pappatorio dislocate per la via e immediati dintorni, che fanno di Corso Roma la strada
dei ristoranti di Lanciano. Ce n'è un po' in tutte le salse, e
sembra quasi che, dalla rotonda di viale Cappuccini fin sotto a piazza
Plebiscito, sia tutto un fantastico capitombolo direzione sollazzamento
panze.
In questi giorni di fine estate, per voi oltranzisti del frontegolosista di Corso Roma arriva una bella novità – che in effetti
era nell'aria da più di un anno, e che giunge a completa gestazione
dopo svariati travagli amministrativi e non. Questa novità si chiama
PerCorso Roma ed è un'associazione costituita da 9 fra le piccole e
medie attività di ristorazione che animano la connotazione
conviviale della via. Puntata numero 0 di questa avventura appena
nata è una ricca tre-serate benedetta e patrocinata dalle Feste di Settembre – dal 14 al 16 settembre – che
riempirà il nostro amato corso non soltanto disquisitezze enogastronomiche, ma anche di intrattenimento e arte, conmusica, arti visive, performance di artisti di strada, fotografia, nonché
di un colorato mercatino dell'artigianato. Il tutto è stato messo su con impegno e dedizione con la preziosa collaborazione delFotoClub L'Obiettivo di Atessa e dell'associazione Amici del Mosaico Artistico di Tornareccio. Quest'ultima, in particolare, sarà presente con materiali informativi sulle attività della scuola di mosaico e con opere realizzate dagli allievi durante i laboratori.
In fondo all'articolo potete spulciarvi per bene l'intero programma dell'iniziativa dell'associazione PerCorso Roma, per la costituzione della quale si sono rimboccati le
maniche – oltre, ovviamente, all'Osteria Il Corvo Torvo – Ai Vecchi Sapori, Capitan Blood, Il Chiostro, La Corona di Ferro, La Taverna del Mastrogiurato, Osteria 101 ed Enoteca Santa Lucia. Durante le tre serateverranno propostispeciali menu degustazione.Corso Roma,ça va sans dire, sarà chiusa al traffico, per cui ci saranno anche posti all'aperto, e insomma si potrà cenare nel mezzo della festa.
Mousse al Montepulciano(Ph.: A. Di Carlo)
Qui aIl Corvo Torvo siamo belli rossi e
sanguigni, quindi ci buttiamo sul Montepulciano d'AbruzzoDOC dal
primo fino al dolce con i gloriosi Strozzapreti con salsiccia,
cannella e Montepulciano, l'epico Brasato di maiale al Montepulciano
e la leggendariaMousse al Montepulciano (€ 25,00un quarto di AnxanumEredi Legonziano Montepulciano incluso).
Fra gli
appuntamenti musicali di questa primissima manifestazione di
PerCorso Roma sono questi non possiamo segnalarvene due in particolare, ovveroEmilio Stella(chi ci frequenta, sa!) in concerto a Largo Carabba il 15 settembre e ildivinCromaticoro, che essendo una freca di gente può permettersi il dono dell'ubiquità eil 16 settembrepercorrerà la via in lungo e in largo a mo' di carovana itinerante.
Noi ve li consigliamo non
soltanto perché parte in causa dell'associazione PerCorso Romae
delle attività connesse, ma anche perché coinvolgono amici di
vecchia data del Corvo – e insomma ci piacciono proprio di cuore da
sempre, e siamo sinceramente felici che abbiano accettato di sostenere questo
progetto. Che è sì mangia-bevi-spasso, ma sottindende anche,
idealmente, la riqualificazione e la valorizzazione collettive di questo spazio
urbano – in larga parte inteso
quasi esclusivamente come territorio destinato al turismo religioso e
strada di percorrenza veloce e distratta da parte dei Lancianesi –
in senso socio-culturale e ludico.
Perché poi, diciamocelo pure: la
sera, l'estate soprattutto, fa un po' tristezza camminare per la via
deserta fra i cru-cru dei piccioni che sonnecchiano sulle persiane.
Quindi, oh corvi!, vi chiamiamo a raccolta e vi includiamo
attivamente in questa impresa: scendete in strada con noi,
riappropriamoci insieme di Corso Roma,svegliamo palombelle, capinere,
passerotti e facciamo festa...
Cra e sempre cra!
***
PERCORSO ROMA - FESTE DI SETTEMBRE 2015
EVENTI IN PROGRAMMA
14 settembre
Musica
Andrea Castelfranato in concerto (chitarra acustica) - Larghetto San Massimiliano M. Kolbe (Larghetto Santa Lucia)
Redblack in concerto (trio acustico femminile, pop rock) - Largo dei Tribunali
Pochi giorni fa, qui a Lanciano, si è rimessa in moto
la macchina di (Con)Fusioni, ovvero l'inusuale mostra delle opere
incompiute (cit.) ospitata nei locali del Diocleziano e – per quanto
riguarda la ricchissima sezione dedicata alla fotografia – nel Foyer del Teatro
Fenaroli.
Questa sorta di ponderazione condivisa sulla bellezza
destabilizzante e inquieta di tutto quanto èindefinito, imperfettamente vitale,
aperto a infiniti mondi e modi, nasce sette anni fa come collettiva
fotografica da un'idea diLuca Di Francescantonio che, con l'associazione culturale Arena 7, è via via riuscito a inglobare
e coinvolgere un sempre crescente numero di creativi votati a un
cospicuo quantitativo di discipline artistiche. (Ora come ora, più che di
macchina, sarebbe il caso parlare quantomeno di autotreno.)
Quest'anno le opere esposte saranno visionabili fino al finissage di
mercoledì 16 settembre ore 21.30, durante il quale è prevista una
performance a sorpresa; dalla quale, se si pensa che si tratta di una
rassegna votata alla misticanzaa oltranza, è lecito attendersi la
qualunque.
Maurizio Righetti, Fortuna Maurizio Righetti, Madre
Una novità più che degna di nota introdotta dall'edizione
corrente di (Con)Fusioni è stata l'inaugurazione della sezione
dedicata alla gioielleria artistica. Quest'ultima ospita, tra gli altri, anche
Maurizio Righetti, le cui manone capaci e sapienti hanno significato
tanto nella costruzione estetica de Il Corvo Torvo, nel senso che
diversi elementi di artigianato artistico presenti all'Osteria sono
proprio sue creazioni.
Torniamo volentieri a parlare di
(Con)Fusioni qui sul blog pure perché c'è un altro creativo
coinvolto che al Corvo sta parecchio a cuore, Debora Vinciguerra, che
anzi insieme a Silvano e anche più di Silvano – che non si
offenderà – costituisce l'anima più intima dell'Osteria.
Debora Vinciguerra, Le pozze
L'opera di Debora si chiama Le pozze, è
quella di una Grande Madre che gioca a carte scoperte esponendo i suoipesciolini d'argilla ai quattro elementi, nonché a quanti –
visitatori del Diocleziano – si avvicinano ai due capienti vasi di
terracotta chiedendosi: «Ok: pesci e acqua. E poi...?».
E poi succede che a tratti il
gioco si fa un po' crudele, perché l'istinto e l'esempio sollecitano
ad afferrare un pesciolino di quelli ancora umidi, immergerlo
nell'acqua, e osservarlo nel suo confondersi in un pantano in fieri. Lì, tutto ciò che era – e tutto ciò che era, era
ancora in corso di realizzazione – viene sottoposto a un processo
destinato alla destrutturazione, alla deprivazione d'identità, a un
piccolo trapasso anch'esso abbozzato e precario. Eppure, in quello
stesso papocchio torbido, corvino e torvo, è lecito immaginare le
mani di Debora che tornano a infilarsi, inzaccherarsi e frugare, per
poi plasmare cose nuove.
Le (Con)Fusioni di DeboraVinciguerra sono quelle
tutte tangibili, esperienzali, cicliche e in continua evoluzione della
sostanza terrestre, attraversata e resa malleabile dall'acqua,
insieme demiurga e distruttrice in potenza. L'argilla modellata in
forma superstite, arrestata nel fuoco e resa stabile dall'aria, assume
sembianza di terracotta in pesce – una riproduzione della natura,
così come l'arte in senso classico è, in cui sostanza (terra) e
forma (animale) coincidono e sconfinano l'una nell'altra, così come
il tempo e lo spazio in cui si collocano.
Cosicché, il frutto ideale del
tragitto percorribile nell'istallazione di Debora al Diocleziano –
la terracorra come entità definita – è stato presentato durante
l'anteprima Aspettando (Con)Fusioni dello scorso 6 settembre come
parte della mostra fotografica Self Portrait: autoscatti al femminile, curata da Federica Di
Castelnuovo con la collaborazione di Emanuela Amadio (docente di
Storia della fotografia del Centro di Fotografia e Comunicazione di
Pescara, che terrà, sempre in ambito (Con)Fusioni, un
seminario gratuito su Fotografia e sperimentazione venerdì 11
settembre alle 19.00).
Respiri all'amo, opera anteposta cronologicamente all'esposizione di Le pozze al Diocleziano, è la scultura scelta da Debora Vinciguerra per
rappresentare se stessa nella qualità della finitezza relativa e suscettibile di trasformazione: oscillante, compartecipe della carezza del respiro cosmico e
aderente ai flutti casuali cui anche un piccolo soffio o un
trivialissimo spiffero possono consegnarla, eppure sostanzialmente
ancorata, completa, (con)creta, coerente.
La scultura di Debora –
già presentata l'estate passata ad Art in the Dunes
– e i 15 autoritratti fotografici di Self Portrait saranno esposti
fino al 20 settembre in via dei Funai 1, sempre qui a Lanciano, nei
locali dello spazio Pixie Promotion (durante il vernissage del 6, fra
l'altro, si è anche buffettato con frutta e dolce preparati dal
Corvo).
Il Corvo Torvo
non può che consigliarvi di tenere sott'occhio l'intera kermesse,
che vi elargirà materiale da viaggioni mentali a profusione. Potete
consultare il programma di (Con)Fusioni a questo link.
Eravamo rimasti alla manifestazione No Ombrina del 23 maggio, o meglio – qui sul blog – a
qualche breve riflessione formulata qualche giorno prima del
corteo. Sull'adesione in massa all'appuntamento,
non ci piove. Non ci piove, fra l'altro, è un mezzo gioco di parole
da leggere con smorfia, dato che quel pomeriggio s'è abbattuto un
diluvio monsonico su Lanciano e lo scompiglio del caso è stato
inevitabile. C'era comunque davvero tanta, tanta, tantissima gente, e
a prescindere dal resto questo è un fatto notevole e positivo.
Il resto da cui prescindere di cui
sopra è stato – incombenze meteorologiche citate escluse –
qualche scivolone folkloristico collaterale, ma pure su questo punto
c'è da dire che quando si accende la miccia a una problematica tanto
sentita, quando la partecipazione assume dimensioni tanto grandi, va
da sé che qua e là si svacchi un po', che la questione diventi suo
(nostro?) malgrado pretesto per dell'altro. In fondo e manco troppo
in fondo, un selfie a imperitura testimonianza del nostro impegno
civile o una sventolata di bandierone fanno tanto fregno, i mi piace
col pollicione su ci garbano sempre assai... o no?
Torniamo al grano e lasciamo da parte
la pula. Fra le numerose iniziative che hanno preso corpo in giro per
tenere viva l'attenzione sul problema No Ombrina e sulla
manifestazione del 23 maggio, al Corvo Torvo, nel suo piccolo e
triviale diario digitale, preme serbare ricordo di una in
particolare.La sera del 21 maggioBeppe 'Icks' Borea
e Nicola Antonelli, con la collaborazione di Annalisa Di Carlo, si
sono incontrati nel piazzale dell'ex caserma dei carabinieri vicino al
Teatro Fedele Fenaroli, qui a Lanciano, e hanno dato vita a un'entità
performativa chiamata Il tesoro di Montecristo.
Ora, Montecristo è un nome che rimanda
alla memoria un bel numero di evocazioni: un po' di esse sono
solenni sia per via del monte (che è una cosa alta) sia per il
Cristo (che, per chi ha fiducia in certe argomentazioni millenarie, è
una cosa altissima per difetto); un altro po' di evocazioni sono
invece criptiche, per via del tesoro e della qualità nascosta di
pregio che questo lemma si porta appresso per definizione; altre
ancora sono un po' letterarie e liquide allo stesso tempo, per via
del romanzo di Alexandre Dumas e dell'omonima isola toscana, su cui la leggenda popolare vuole si
abbattano misteriose acque maledette.All'acqua del mare, al suo incessante
immortale e mai immobile rinnovarsi sempre diverso da sé da milioni
di anni, al suo panta rei vitale, avvolgente, riflettente, minacciato
dalla mano dell'uomo è stato dedicato l'incontro.
Mentre venivano proiettate le immagini
di Nicola immerso nell'Adriatico, lui stesso e Annalisa insudiciavano
un mare di tulle,immacolato e inumidito da un gioco d'acqua circolare
e anteposto alla medesima proiezione, con un rosso che
progressivamente si bruniva fino al nero petrolio. Il velo era infine
squarciato.
Contemporaneamente, Icks prestava la sua voce a tre
movimenti recitativi: quello iniziale, attraverso le parole del
letterato portoghese José Saramago (1922-2010) sull'infinitezza
dell'esperienza naturale e acquatica in particolare, e sulla sua
sorprendente, irruente e consolatoria semplicità (il
paragrafo conclusivo di Viaggio in Portogallo
del 1981, più alcuni versi sul moto ondino); il centrale, con la
lettura del Manifesto dell'Adriatico, testo di energica denunciasui rischi legati alla
manipolazione delle risorse ambientali redatto da Vittore Verratti,
che è medico e professore di Fisiologia Umana all'Università degli
Studi Gabriele d'Annunzio e insieme uomo di lettere e poeta; il
conclusivo, il viscerale Show di Giorgio Caproni (1912–1990),
un j'accuse rigurgitato addosso all'ipocrisia e all'ostentazione
delle gerarchie politiche, sedicenti paladine del Bene Comune –
Mare nostrum compreso. Il Corvo ci tiene un mondo, o meglio un
mare, a ricordare Il tesoro di Montecristo. Primo, perché
buttare tutto in gloriosa retorica e far prendere aria fresca all'ego
col pretesto dell'impegno civile è uno sport diffusissimo, ma Icks
Borea e Nicola Antonelli non l'hanno praticato; secondo, per la discrezione, la grazia e la pertinenza
con cui il valore estetico della performance ha saputo misurarsi con
l'attualità dell'orrida faccenda Ombrina.
Fotografia di Giovanni Colaizzi
Invece di lasciarvi con l'abituale cra
di commiato, Il Corvo Torvo scomoda e prende in prestito due penne
enormi e mette sul piatto altrettante considerazioni. La prima è una
riflessione di Pasolini sull'alterità e sulla difesa della coscienza
di classe dall'appiattimento conformista nella lotta per i diritti
civili; è del 1975 ed è estrapolata da un testo che Pier Paolo
Pasolini avrebbe dovuto leggere al Congresso del Partito Radicale –
avrebbe perché pochi giorni prima dell'incontro Pasolini fu
assassinato. La seconda invece è tratta da La Peste (1947) di Albert
Camus e la lasciamo al francese originario a dispetto dei non
francofoni. È un piccolo inno all'equilibrio naturale fra l'uomo e
il mare di cui si nutre molta della produzione dell'autore.
Dove ripulirsi dallo sporco del mondo se non nell'acqua? Che
si fa se anche l'acqua dell'Adriatico ce la lasciamo sporcare sotto il naso?
***
[…]
Attraverso il marxismo, l'apostolato dei giovani estremisti di
estrazione borghese - l'apostolato in favore della coscienza dei
diritti e della volontà di realizzarli - altro non è che la rabbia
inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese
giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il
borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. E'
un'inconscia guerra civile - mascherata da lotta di classe - dentro
l'inferno della coscienza borghese. (Si ricordi bene: sto parlando di
estremisti, non di comunisti). Le persone adorabili che non sanno di
avere diritti, oppure le persone adorabili che lo sanno ma ci
rinunciano - in questa guerra civile mascherata - rivestono una ben
nota e antica funzione: quella di essere carne da macello. Con
inconscia ipocrisia, essi sono utilizzati, in primo luogo, come
soggetti di un transfert che libera la coscienza dal peso
dell'invidia e del rancore economico; e, in secondo luogo, sono
lanciati dai borghesi giovani, poveri, incerti e fanatici, come un
esercito di paria "puri", in una lotta inconsapevolmente
impura, appunto contro i borghesi vecchi, ricchi, certi e fascisti.
[...]
Infatti:
l'estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa
insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi
comanda. L'estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i
propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli
identici diritti dei padroni. L'estremista che insegna agli
altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici,
che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l'identica
felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo
eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè
nel caso migliore una democratizzazione in senso borghese. La
tragedia degli estremisti consiste così nell'aver fatto regredire
una lotta che essi verbalmente definiscono rivoluzionaria
marxista-leninista, in una lotta civile vecchia come la borghesia:
essenziale alla stessa esistenza della borghesia. La realizzazione
dei propri diritti altro non fa che promuovere chi li ottiene al
grado di borghese. [...]
Mentre
gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati
pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione
finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per
i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice
alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile
assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. […] Dunque,
bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e
subalterne, di cultura. È ciò che avete fatto voi in tutti questi
anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme
alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città,
e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non
avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete
soggiaciuti ad alcun ricatto. [...]
C'è
un'alterità che riguarda la maggioranza e un'alterità che riguarda
le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura
della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica
e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza.
[...]
Attraverso
l'adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti
[…] i diritti civili sono entrati a far parte non solo della
coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente
italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti.
Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e
diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli
intellettuali socialisti, degli intellettuali comunisti, degli
intellettuali cattolici di sinistra, degli intellettuali generici,
sic et simpliciter: in questa massa di intellettuali -
attraverso i vostri successi - la vostra passione irregolare per la
libertà, si è codificata, ha acquistato la certezza del
conformismo, e addirittura (attraverso un "modello" imitato
sempre dai giovani estremisti) del terrorismo e della demagogia.
[...]
Contro
tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare
semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere
continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi:
e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a
pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a
bestemmiare.
Pier
Paolo Pasolini, "Intervento
al congresso del Partito Radicale", Saggi sulla politica e sulla
società (Mondadori, 1999)
Un
moment après, l’auto s’arrêtait près des grilles du port.
La
lune s’était levée. Un ciel laiteux projetait partout des ombres
pâles. Derrière eux s’étageait la ville et il en venait un
souffle chaud et malade qui les poussait vers la mer. Ils montrèrent
leurs papiers à un garde qui les examina assez longuement. Ils
passèrent et à travers les terre - pleins couverts de tonneaux,
parmi les senteurs de vin et de poisson, ils prirent la direction de
la jetée. Peu avant d’y arriver, l’odeur de l’iode et des
algues leur annonça la mer. Puis ils l’entendirent.
Elle
sifflait doucement au pied des grands blocs de la jetée et, comme
ils les gravissaient, elle leur apparut, épaisse comme du velours,
souple et lisse comme une bête. Ils s’installèrent sur les
rochers tournés vers le large. Les eaux se gonflaient et
redescendaient lentement. Cette respiration calme de la mer faisait
naître et disparaître des reflets huileux à la surface des eaux.
Devant eux, la nuit était sans limites. Rieux, qui sentait sous ses
doigts le visage grêlé des rochers, était plein d’un étrange
bonheur. Tourné vers Tarrou, il devina, sur le visage calme et grave
de son ami, ce même bonheur qui n’oubliait rien, pas même
l’assassinat.Ils se déshabillèrent. Rieux plongea le premier.
Froides d’abord, les eaux lui parurent tièdes quand il remonta. Au
bout de quelques brasses, il savait que la mer, ce soir-là, était
tiède, de la tiédeur des mers d’automne qui reprennent à la
terre la chaleur emmagasinée pendant de longs mois. Il nageait
régulièrement. Le battement de ses pieds laissait derrière lui un
bouillonnement d’écume, l’eau fuyait le long de ses bras pour se
coller à ses jambes. Un lourd clapotement lui apprit que Tarrou
avait plongé. Rieux se mit sur le dos et se tint immobile, face au
ciel renversé, plein de lune et d’étoiles.Il respira longuement.
Puis il perçut de plus en plus distinctement un bruit d’eau
battue, étrangement clair dans le silence et la solitude de la nuit.
Tarrou
se rapprochait, on entendit bientôt sa respiration. Rieux se
retourna, se mit au niveau de son ami, et nagea dans le même rythme.
Tarrou avançait avec plus de puissance que lui et il dut précipiter
son allure. Pendant quelques minutes, ils avancèrent avec la même
cadence et la même vigueur, solitaires, loin du monde, libérés
enfin de la ville et de la peste. Rieux s’arrêta le premier et ils
revinrent lentement, sauf à un moment où ils entrèrent dans un
courant glacé. Sans rien dire, ils précipitèrent tous deux leur
mouvement, fouettés par cette surprise de la mer.